Curiosità

Una cantina per la Tanzania: ecco come il sogno è diventato realtà

Una cantina per la Tanzania». Il sogno di padre Kessy Baltazary, giovane sacerdote tanzaniano che ha studiato Enologia all’Umberto I di Alba con l’obiettivo di imparare a produrre a Hombolo, sull’altopiano di Dodoma, vino da messa da destinare alle parrocchie del Paese, è diventato realtà grazie al sostegno di Assoenologi e di tanti tecnici e amici del mondo del vino, in particolare della sezione albese e piemontese.

Nei giorni scorsi c’è stata la prima vendemmia, ancora sperimentale: 50 quintali di uve bianche figlie del francese Chenin Blanc e 40 quintali del rosso Makutupora, vitigno locale che prospera in terreni aridi, sabbiosi e con bassa umidità. Sono arrivate in cantina, sono state pressate e pigiate e ora stanno fermentando in vasche opportunamente refrigerate per contrastare i 30 gradi di temperatura pressoché costante tutto l’anno. A sovrintendere le operazioni, una squadra di sette enologi e tecnici italiani guidata dal direttore nazionale di Assoenologi, Paolo Brogioni.

«Eravamo già stati a Dodoma l’anno scorso, portando le varie attrezzature necessarie per la creazione della cantina – spiega Brogioni, appena rientrato in Italia -. Grazie a una straordinaria gara di solidarietà, c’è chi ha donato la pigiatrice, chi le pompe, il filtro o il blocco frigo». Con una raccolta fondi, Assoenologi ha inviato tre container in Tanzania e offerto la consulenza per assemblare vasche e macchine in locali idonei. Leggi il resto di questo articolo »

Non solo vino. ProWein apre anche ai distillati no alcol….

Non solo vino. ProWein apre anche ai distillati no alcol e mette al centro il bar zero tasting

Con 180 espositori di etichette non alcoliche, la fiera di Düsseldorf per l’edizione 2026 spinge ulteriormente sul segmento dei Nolo, dopo i tentativi degli anni precedenti

L’edizione 2026 di ProWein (dal 15 al 17 marzo) segna un passaggio organizzativo e culturale preciso: il segmento no e low alcol non viene più trattato come un’area tematica accessoria, ma come un capitolo strutturato all’interno dell’impianto fieristico. Non più una parentesi, quindi, ma un ambito parallelo e distinto dal vino che ora ha bisogno di strumenti propri di lettura, classificazione e confronto.

Rispetto alle prime edizioni, ProWein Zero smette di essere una zona dimostrativa e assume le caratteristiche di uno spazio di servizio per il trade. L’obiettivo, «è fornire orientamento e classificare in modo chiaro gli sviluppi. Con il nuovo assetto di ProWein Zero creiamo una piattaforma strutturata», ha detto Frank Schindler, direttore di ProWein Düsseldorf.

È in questa logica che, al centro del Padiglione 5, lo Zero tasting bar, curato da Meininger Verlag, diventa il fulcro operativo dell’area. Non più solo un semplice banco d’assaggio, ma un punto di riferimento pensato per organizzare la degustazione, favorire il dialogo e restituire una mappa leggibile di un segmento in rapido movimento.

«La combinazione tra banco di degustazione, menu digitale e apparati visivi servirà a orientare i visitatori, facendo del Zero Tasting Bar uno degli snodi centrali di ProWein 2026 sul piano dei contenuti» si legge nel comunicato.

In questo processo di riorganizzazione rientra anche una novità specifica dell’edizione 2026: l’integrazione degli spirits analcolici all’interno di ProWein Zero. Un ampliamento che segnala la crescente articolazione interna del comparto dei Nolo. Accanto ai vini dealcolati e alle alternative fermentative, gli spirits senza alcol vengono riconosciuti come un segmento con caratteristiche e dinamiche proprie.

Una nuova direzione che nasce dalla registrazione di un crescente interesse del mercato verso questi prodotti, che si è tradotto in una crescita costante nelle ultime due edizioni. In fiera saranno circa 180 gli espositori che presenteranno in portfolio etichette non alcoliche, mentre più di 30 aziende saranno presenti direttamente nello spazio dedicato in Hall 5, con oltre 60 brand rappresentati al Zero Tasting Bar.

https://www.gamberorosso.it- 21/01/2026

Prosecco Doc, la “locomotiva” del vino italiano continua a crescere anche nel 2025

I numeri del Consorzio: 667 milioni di bottiglie (+1,1% sul 2024), per 3,6 miliardi di euro, per le bollicine ufficiali delle Olimpiadi Milano-Cortina.

Con la forza dei suoi numeri, ma anche di una piacevolezza, di una leggerezza, di una versatilità e di una accessibilità, anche economica, che ha conquistato il mondo (come abbiamo raccontato su WineNews), e grazie anche ad un lavoro di promozione consortile che ha visto il brand territoriale legarsi a grandi eventi popolari, sportivi, culturali e non solo, il Prosecco Doc, da anni locomotiva del vino italiano, ha chiuso un 2025 in positivo nonostante il contesto complicatissimo a livello mondiale. E così, confermandosi lo spumante italiano più famoso al mondo, ha chiuso l’anno con 667 milioni di bottiglie prodotte (+1,1% sul 2024), di cui 60,3 di rosé (che vale, dunque, il 10% della categoria) per un valore di 3,6 miliardi di euro, di cui oltre l’82% esportato in 164 Paesi.

“Un risultato importante in un contesto segnato da instabilità geopolitica, inflazione, dazi doganali e pressione sui consumi. Il dato conferma la tenuta della nostra denominazione in un anno caratterizzato da forte instabilità dell’economia globale – dichiara Giancarlo Guidolin, presidente del Consorzio della Doc Prosecco (diretto da Luca Giavi, ndr), che tutela la denominazione tra Veneto e Friuli Venezia Giulia – la nostra denominazione ha dimostrato resilienza grazie al lavoro compatto dell’intera filiera: viticoltori, vinificatori, case spumantistiche. È questa sinergia, unita al nostro costante impegno nella tutela del consumatore, che ci permette di affrontare scenari internazionali complessi con equilibrio e lungimiranza”.

In particolare, i dati relativi ai mercati internazionali Leggi il resto di questo articolo »

Dal Nilo al bicchiere: alla scoperta dei vini dell’Egitto

Il vino egiziano svela un volto poco noto del paese: vitigni autoctoni come il Bannati, cantine sul Nilo e vini che dialogano con una cucina speziata. Un viaggio tra storia e gusto, dalle Piramidi alle oasi del deserto

Dove ci troviamo, se stiamo sorseggiando, al tramonto, un fresco bicchiere di vino bianco Bannati? Inconfondibile per il suo colore giallo limone dorato, gradevolissimo per gli aromi miele, melone, agrumi, che si ritrovano al palato, con l’aggiunta di leggere note minerali. Se ne sveliamo il nome si capisce tutto: abbiamo davanti una bottiglia di “Beausoleil d’Egypt”, uno dei più conosciuti, pregiati e premiati vini egiziani, tra i pochi ottenuti da un vitigno autoctono del paese dei Faraoni. Per l’appunto, il Bannati.

Il “Beausoleil” è la perla della cantina “Koroum of the Nile”, che si trova nei pressi di Minya, in uno dei principali distretti vitivinicoli del paese, a circa 250 chilometri a nord della Capitale. Minya è a 20 chilometri da Beni Hasan, antica necropoli famosa per le tombe rupestri scavate, ricche di pitture murali.

Poiché l’assaggio dei vini locali è sempre un modo di completare l’esperienza di viaggio, se siete in Egitto, a visitare le Piramidi, a fare una crociera sul fiume o anche in una località balneare, quali Sharm el-Sheikh, Marsa Alam o Hurghada, non rinunciate ad assaggiare questo vino, leggero ma strutturato, che s’intona pienamente con il terroir ricco di storia e di fascino da cui proviene.

Gli fa compagnia un altro celebre vitigno che viene prodotto sulle rive del Nilo, il Muscat blanc d’Alexandrie, dal quale si ricava un vino dolce e profumato. A differenza del Banati, quest’uva autoctona non è allevata solo in Egitto ma, anzi, ha viaggiato il mondo trovando miglior fama e fortuna in Sicilia (soprattutto nell’isola di Pantelleria) con il nome di Zibibbo (dall’arabo zabib, uvetta).

Ma la produzione egiziana, pur ancora limitata (si parla di circa 30 milioni di ettolitri all’anno) non si limita a queste due eccellenze locali. Accanto ad altri vitigni autoctoni – Baladi, a bacca bianca e rossa, Roumi rosso e Khalili, bianco e rosso, meno diffusi – troviamo infatti ottimi vini ottenuti da uve internazionali: Cabernet Sauvignon, Merlot, Sirah (Shiraz), Grenache, Petit Verdot, Tempranillo e Montepulciano, per i rossi, e Chardonnay, Viognier e Vermentino, per i bianchi. ossia le uve che meglio si adattano alle sfide climatiche del paese, dove vengono coltivate con avanzate tecniche di irrigazione e di gestione del terreno.

L’abbinamento dei vini con la cucina egiziana, ricca di spezie, saporita e non di rado piccante, predilige generalmente vini bianchi strutturati, rosati secchi e freschi, rossi leggeri e poco tannici. Tutti, in generale, dotati di buona acidità e aromaticità, per bilanciare (e valorizzare) la complessità e la ricchezza dei sapori

https://www.italiaatavola.net – 01/01/2026

Un vitigno orientale millenario è stato piantato fuori Firenze da un sommelier giapponese

Tatsuhiko Ozaki doveva fare il pilota di linea ma è finito con l’innamorarsi dell’Italia e tentare un progetto un po’ pazzo per fare vino sull’Appennino toscano con un vitigno storico giapponese

C’è un punto, nelle storie delle persone, in cui le traiettorie sembrano cambiare da sole. Un soffio di vento, una diagnosi, un’intuizione, un ricordo d’infanzia. Per chi è cresciuto all’ombra del Monte Fuji, respirando la sua calma severa, quel soffio è arrivato presto. Fino a ventidue anni per Tatsuhiko Ozaki, giapponese di stanza in Toscana, il sogno era chiaro: diventare pilota di aerei di linea. La rotta era tracciata, come quelle che si vedono sulle mappe illuminate dei voli intercontinentali. Poi è arrivato un ostacolo minuscolo e potentissimo: un problema di allergia, un valore IGE fuori scala, un dettaglio medico che ha chiuso una porta e ne ha aperta un’altra, imprevista.

Quella porta aveva il profumo della cucina italiana, un amore nato da bambino, quando i sapori sembravano un continente lontano da esplorare. L’idea, semplice e visionaria insieme, era portare in Giappone vini e prodotti artigianali difficili da trovare. Così anche la tesi all’Università Internazionale di Tokyo prese una direzione precisa: una ricerca sul movimento Slow Food, per riportare luce sulle antiche varietà giapponesi di frutta e verdura. Mettere radici nel passato per far crescere il futuro. Il passo successivo è stato logico e coraggioso: trasferirsi in Italia, nel 2013, Leggi il resto di questo articolo »

Extreme UnderWaterWines: il mare scrive il futuro del vino

Dall’Elba alle Cinque Terre, la piattaforma Jamin UnderwaterWines lancia il primo esperimento scientifico al mondo che unisce due tecniche di vinificazione subacquea in un unico processo innovativo e sostenibile.
Nelle profondità cristalline delle Cinque Terre nasce un nuovo capitolo dell’enologia internazionale. Si chiama Extreme UnderWaterWines ed è il primo esperimento scientifico al mondo a fondere due tecniche di vinificazione e affinamento subacquee tradizionalmente utilizzate in modo indipendente. A guidare il progetto è Jamin UnderWaterWines – la prima piattaforma approvata per l’uso del mare in enologia – insieme a due soci, Antonio Arrighi, pioniere del metodo Nesos all’Isola d’Elba, e Heidy Bonanini, titolare dell’azienda agricola Possa di Riomaggiore.
Nelle acque del Parco Nazionale e Area Marina Protetta delle Cinque Terre, le uve Bosco dell’azienda Possa sono state immerse per circa 72 ore, dando avvio a un primato assoluto: per la prima volta due tecniche di vinificazione subacquea sono state integrate in un unico processo.

Il protocollo scientifico consta infatti di due fasi distinte ma complementari. La prima prevede l’immersione in mare delle uve fresche, secondo la metodologia sperimentata da Arrighi con il progetto Nesos all’Elba. La seconda porta all’affinamento subacqueo in bottiglia, seguendo il Metodo Jamin, che impiega capsule e sistemi ingegnerizzati capaci di custodire il vino a oltre 50 metri di profondità per circa 180 giorni.
La collaborazione con i Dipartimenti universitari di Enologia, Biologia e Scienze Ambientali Leggi il resto di questo articolo »

L’Europa pronta a riabilitare il «clinto», il vino proibito esce dalla clandestinità

La rivincita del vino proibito: festeggiano Miega di Veronella e Concamarise. Primo via libera della Commissione Agricoltura dell’Ue all’emendamento che potrebbe far tornare commercializzabile il «clinto», più correttamente «clintòn», il vino non vendibile da quasi un secolo, a causa di un Regio decreto autarchico di epoca fascista. A Concamarise, grazie alla Pro loco, e a Miega, grazie all’Associazione per Miega, si tengono da tempo appuntamenti molto partecipati dedicati a questa bevanda alcolica. Concamarise promuove in primavera convegni per studiarne qualità, caratteristiche, e potenzialità, e un successivo pranzo per riscoprire gli antichi usi del clinto in cucina. A Miega, da 45 anni, al «crinto» (così lo chiamano nel Colognese) è dedicata una sagra che dura per due weekend, in programma ad inizio ottobre.

Forse questa sarà davvero la volta buona per il reintegro di questa bevanda alcolica. Si attendono infatti per i prossimi giorni le pronunce di Parlamento Europeo, Commissione e Consiglio sul pacchetto vino, nel quale l’europarlamentare originaria del Basso vicentino (altra zona deputata da decenni alla coltivazione e al consumo familiare del clinto) Cristina Guarda ha inserito l’emendamento che dovrebbe riabilitare il clinto ed altre bevande non commercializzabili, come ad esempio il fragolino. Chissà che non arrivi la parola fine all’ostracismo che ha condannato il vitigno arrivato a metà dell’Ottocento in Europa dall’America a sparire dal mercato e a salvarsi dall’estinzione solo grazie a produzioni familiari, eventi o cene organizzati da cultori del prodotto e da gruppi di promozione nati ad hoc, come l’Aps Clinto de Marca o la Confraternita del Clinto. Leggi il resto di questo articolo »

Vino dealcolato da tutelare anceh con menzione geografica

Uno dei pionieri italiani rilancia il dibattito sull’evoluzione di questo segmento produttivo in campo enologico: «Ora che il decreto che consente la dealcolazione dei vini sarà presto realtà, ciò che manca è una regolamentazione puntuale che faccia chiarezza»

«Il vino dealcolato va tutelato, anche attraverso l’introduzione in etichetta di una menzione geografica che garantisca trasparenza al consumatore».

A rilanciare il dibattito sull’evoluzione di questo segmento produttivo in campo enologico è l’altoatesino Martin Foradori Hofstätter, uno dei pionieri italiani nella produzione di vini dealcolati.

Al centro della sua riflessione, ieri in un incontro stampa a Roma, la necessità di una normativa chiara per distinguere i vini dealcolati dalle bevande a base di mosto arricchite con aromi o altri ingredienti.

«Per anni in Italia i vini dealcolati sono stati al centro di polemiche. Ora che il decreto che consente la dealcolazione dei vini sarà presto realtà, ciò che manca è una regolamentazione puntuale che faccia chiarezza tra prodotti molto diversi tra loro», afferma Foradori Hofstätter.

Secondo il viticoltore altoatesino, il mercato del dealcolato si sta espandendo rapidamente anche in Italia. Il messaggio è un appello diretto alla politica: «Dietro a un vino dealcolato c’è tutto il saper fare del comparto vitivinicolo ed è proprio per questo che è necessario distinguere i vini dealcolati da altri prodotti senza alcol ai quali vengono aggiunti aromi e altri ingredienti».

E sulla ricorrente polemica riguardante l’utilizzo del termine vino per i prodotti dealcolati, il produttore altoatesino chiarisce: «Questa categoria nasce dal vino e non esiste alcun motivo valido – sostiene – per cui non lo si possa chiamare tale, naturalmente accompagnato dalla dicitura “dealcolato”. Inoltre, a tutela del consumatore finale – ed è un grande vantaggio – un vino dealcolato gode delle stesse garanzie previste per un vino tradizionale».

https://www.giornaletrentino.it – 26/11/2025

Vini Orange: il ritorno ancestrale che conquista gli appassionati

Negli ultimi anni il mondo del vino sta assistendo a una rinascita che affonda le radici nel passato. È il caso dei vini orange, bianchi vinificati con macerazioni prolungate sulle bucce che regalano al calice sfumature ambrate e un profilo aromatico intenso. Una tecnica antica, oggi diventata simbolo di artigianalità e identità.

Nati migliaia di anni fa in Georgia e rimasti per lungo tempo una produzione di nicchia, i vini orange hanno trovato nuovo slancio grazie al movimento dei vini naturali e all’interesse di consumatori più curiosi, disposti a sperimentare. Oggi la loro presenza cresce nelle carte dei ristoranti e nelle enoteche più attente, e non mancano produttori che scelgono di dedicare a questa categoria una parte significativa della loro produzione.

Una tecnica che porta il bianco nel territorio del rosso

A differenza dei bianchi tradizionali, i vini orange prevedono una macerazione delle uve bianche sulle bucce che può durare da qualche giorno fino a molti mesi. Questo processo consente di estrarre tannini, colore e profumi completamente nuovi per un bianco.

Il risultato è un vino dal carattere deciso, con note di tè nero, frutta secca, spezie, erbe officinali e una trama leggermente tannica. Una combinazione che conquista chi cerca autenticità e nuovi orizzonti sensoriali.

https://corrieredelvino.it – 26/11/2025

In Sardegna c’è un nuovo Consorzio del vino che tutela vini d’altura e vigneti ad alberello

In Sardegna c’è un nuovo Consorzio del vino : quello della Doc Mandrolisai che raggruppa già 18 produttori. Si tratta di uno dei numerosi consorzi del settore vitivinicolo che in Italia si sono costituiti recentemente, anche se sulla carta il nuovo ente è datato 2024. Atzara, Desulo, Meana Sardo, Ortueri, Samugheo, Sorgono, Tonara sono i comuni che ospitano gli antichi vigneti ad alberello della Doc, l’unica che tra quelle isolane ha scelto di chiamarsi col nome dell’areale di produzione anziché con quello del vitigno.

Il neo consorzio ha scelto di investire su immagine e comunicazione, nominando Francesco Saverio Russo come ambasciatore della denominazione. Al divulgatore ed enonauta, è affidato il compito di illustrare e promuovere il territorio situato al centro della Sardegna, . L’iniziativa si inserisce in un progetto di promozione che si legherà a numerose attività nazionali (a partire dall’imminente Merano wine festival) e internazionali.

«Il nostro territorio – sottolinea il presidente del Consorzio vini Mandrolisai, Massimiliano Mura – ha una ricchezza ancora oggi testimoniata non solo dalla tipologia delle coltivazioni e dall’età delle vigne, ma anche dalla diversità delle uve autoctone tipiche della zona come muristellu, cannonau e monica. Abbiamo ritenuto che fosse giunto il momento di far conoscere meglio la nostra storia, anche grazie all’arrivo di un testimonial di eccezione».

Tra gli asset della Doc ci sono anche elementi paesaggistici. Il Mandrolisai, i cui vigneti sono caratterizzati spesso da viti ad alberello, soprattutto cannonau, è inserito nel Registro nazionale dei Paesaggi rurali storici, curato dal Masaf, che ha riconosciuto il valore di un’agricoltura policolturale, imperniata sulla coltivazione di vigneti, cereali, orti e frutteti e multifunzionali pascoli arborati quercini che integrano le produzioni foraggere e alimentano le locali filiere della legna e del sughero.

Un territorio in cui le uve crescono e maturano in alta collina, con buone esposizioni e forti escursioni termiche. I vitigni (a bacca nera) ammessi dal disciplinare sono tre muristellu (bovale sardo), cannonau e monica. E i relativi vini (rossi e rosati) si stanno facendo notare negli ultimi anni. Alcuni dei quali sono presenti nel prezioso elenco e nella selezione dei vini rari, a cui la Guida vini d’Italia del Gambero Rosso ha deciso di dedicare un’apposita sezione già dall’edizione 2025. Con cantine che già hanno ricevuto diversi importanti riconoscimenti, da Fradiles a Bentu Luna.

https://www.gamberorosso.iT – 05/11/2025