Curiosità

Come si formano le “lacrime” nel calice di vino

La prossima volta che vi servono il vino per poi chiedervi di assaggiarlo, e voi riuscite al massimo a dire “è rosso”, potrete dirottare la conversazione con chi è a tavola con voi e spiegare come si formano quelle lacrime (o “archetti”, come li chiamano i sommelier) sulla superficie interna del bicchiere, quando il vino viene fatto roteare. Chi di vino se ne intende appena un po’, sa che rivelano la gradazione alcolica: più gradi, più lacrime.

Finora la fisica ha spiegato ciò che avviene prima della loro formazione. Facendo ruotare il bicchiere si deposita un fine strato di liquido sulla sua parete. Poi quella patina di vino perde un po’ di alcol, che evapora più rapidamente del resto dei componenti, e così finisce per avere una tensione superficiale (la forza che tiene assieme, per esempio, le bolle di sapone) maggiore del resto del vino. Risultato: quel sottile strato risale un po’ più verso l’alto, all’interno del bicchiere.

Qui inizia la parte che finora nessuno aveva spiegato: come si rompe, poi, formando le lacrime? Lo hanno spiegato Hangjie Ji e colleghi all’Università della California. Il loro modello matematico mostra che l’interazione tra gravità, forma del bicchiere, contenuto alcolico e movimento della mano del sommelier produce un’onda d’urto instabile, cioè una brusca variazione di pressione e densità che si propaga, appunto, come un’onda.

Questa attraversa il vino rimasto attaccato alla superficie, provocando la formazione di grosse gocce che poi ricadono sotto forma di archetti, anziché come un flusso uniforme. Lo studio potrebbe avere applicazioni pratiche, oltre a contribuire alla conversazione a cena: analoghe onde d’urto potrebbero spiegare come umidità e vento interagiscono per formare una patina d’acqua sulle ali degli aerei durante il volo.

https://www.focus.it – 11/10/2021

Il Marsala è un vino inglese

Quando nel 1773 John Woodhouse da Liverpool approda a Marsala, l’impero britannico regna ancora incontrastato sul pianeta dove, associato al dominio militare, ha tessuto una fitta ed efficiente rete commerciale. Il ricco mercante inglese assaggia un vino dolce, ossidativo, che la gente del posto chiama Perpetuo e produce autonomamente, nelle cantine delle case, per consumo personale. Gli piace, fiuta l’affare, capisce che può trasformare quel prodotto in un brand, come già altre sostanze analoghe erano diffuse nell’impero coloniale. Perché il business riesca, però, Woodhouse deve risolvere un problema: “stabilizzare” il vino perché possa essere trasportato per migliaia di miglia, e possa essere consumato nell’arco di un lungo periodo. Lo risolve aumentando la gradazione alcolica. Il business riesce, la bottiglia con la grande etichetta gialla e la scritta in rosso “Woodhouse Marsala”, diventa un prodotto di successo.

Praticamente, il Perpetuo autoctono diventa la base del Marsala che verrà commercializzato dovunque nel mondo, primo fra tutti tra i componenti della Marina di sua Maestà. Il successo di Woodhouse crea una realtà di piccole e medie aziende produttrici siciliane che faranno di Marsala una città industriale, a dispetto di una potenziale vocazione marittima, sebbene permanga una flottiglia di pescherecci in fervente attività. Un tessuto industriale che nei decenni ’60 e ’70, con la perdita di appeal del Marsala, conosce però una grave crisi.

Erano gli anni delle coltivazioni intensive, dell’utilizzo della chimica nell’agricoltura: sistemi per rendere sempre più competitiva la produzione a abbassare i prezzi sul mercato, anche a discapito della qualità.

Da pochi anni, però, guidati da un vignaiolo visionario, Marco De Bartoli, Leggi il resto di questo articolo »

Metti il vino in lattina “Era solo un test è diventato un boom”

L’idea stessa del vino in lattina, nella terra del Barolo e della Barbera, fa storcere la bocca ai puristi. Ma sui mercati americano, australiano e del Nord Europa è già una realtà. A Calamandrana, nell’Astigiano, c’è un’azienda di imbottigliamento in lattina conto terzi che produce 6 milioni di lattine l’anno (150 mila a settimana), il corrispettivo di 2 milioni di bottiglie. «La nostra Società vitivinicola piemontese si occupa di imbottigliamento da tre generazioni.

Quest’anno, con gli aiuti arrivati dal governo per il Covid, abbiamo avuto l’occasione, rara, di investire – spiegano i titolari, Massimo Lovisolo e la moglie Cristina –. Ci siamo avvicinati a questo settore con curiosità e a essere sinceri pensavamo di iniziare con piccoli lotti, ma poi il lavoro è letteralmente esploso. È un mondo grandissimo e le piccole produzioni si può dire che non esistano. La produzione minima è di tremila litri, pari a 12 mila lattine da 0,25. La media giornaliera di un nostro turno di lavoro è di 30 mila pezzi».

Gli ordini arrivano da aziende venete e friulane che esportano all’estero. Il mercato mondiale è dominato da tre colossi: la Ball (americana), la Ardagh (francese) e la Crown Holdings (inglese).

Le resistenze sembrano andare di pari passo con il timore che il prodotto perda in qualità. «È un problema culturale – dicono alla SoViPi – Questo confezionamento è considerato scadente, ma non è affatto così. Il processo di “inlattinamento” mantiene intatte le caratteristiche del prodotto. Seguiamo la stessa filiera del vino in bottiglia, cioè microfiltrazione sterile e soprattutto senza la pastorizzazione che viene fatta facendo bollire le bibite comuni che vanno in lattina».

https://www.lastampa.it – 21/09/2021

Prosecco Docg: al via attività promozione in Australia e Norvegia

Il Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore DOCG parte per una attività di promozione all’estero e a settembre viaggerà dai due capi opposti del mondo: dall’Australia alla Norvegia. Si tratta di due mercati estremamente interessanti per la denominazione che per la prima volta sono coinvolti in attività promozionali dedicate.

Le attività si focalizzeranno sulla presentazione del prodotto e del territorio in nazioni che stanno vivendo una forte espansione commerciale per il Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore DOCG, due nuove frontiere per la promozione della nostra denominazione. Nel corso degli ultimi dieci anni è stata registrata una crescita a doppia cifra per la Norvegia 54,6% a volume e del 93,4% a valore; e addirittura a tripla per l’Australia: 355% a volume e 436,4% a valore. L’Australia è un mercato emergente per il Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore DOCG e si prospettano buone potenzialità di sviluppo, infatti, nel paese l’interesse per il vino di qualità si dimostra in aumento.

La Penisola scandinava non ha sofferto nemmeno l’anno della pandemia, riportando una crescita a volume del 54,6% e a valore del 93,4%. Questo prova l’importanza di questo mercato, considerato anche che le bollicine italiane qui detengono la più alta quota di mercato del segmento spumanti.

Gli eventi inizieranno in Australia, il primo appuntamento sarà proprio lunedì 13 settembre a Brisbane. Dopo la tappa di Brisbane il Consorzio di Tutela sarà presente anche a Melbourne e Sydney con la stessa modalità di proposta. A una settimana di distanza si cambia emisfero per raggiungere la Norvegia: il 20 settembre a Bergen, dove si proporrà una masterclass di approfondimento sul Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore DOCG, rivolta agli operatori della ristorazione e il 21 settembre a Oslo, dove si ripeterà l’esperienza della masterclass di Bergen per un pubblico non solo di operatori ma anche di giornalisti del settore vino. Il 28 settembre il tour norvegese si chiuderà con una masterclass virtuale.

https://www.askanews.it – 13/09/2021

Dopo il vino affinato in mare arriva anche l’orto subacqueo

L’agricoltura è tra i settori più sensibili al cambiamento climatico: l’approvvigionamento idrico, per esempio, è fondamentale per sostenere la produzione agricola e garantire una quantità necessaria a sostenere la crescente popolazione mondiale. Ma la scarsità d’acqua è ormai un problema mondiale e l’intero settore si ritrova ad affrontare una nuova sfida. Secondo l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura, infatti, nei prossimi 20-30 anni il mondo avrà bisogno del 50% in più di cibo, del 45% in più di energia e del 30% più di acqua per sostenere una popolazione globale prevista di 9 miliardi e più. In questo scenario, Sergio Gamberini – presidente dell’azienda produttrice di attrezzature subacquee Ocean Reef – ha pensato di provare a capire se le piante potessero vivere sottacqua. Così, nel 2013, ha creato il primo habitat a quaranta metri dalla costa di Noli, in Liguria, scegliendo il basilico come iniziale esperimento. I semi diedero i primi germogli già dopo 48 ore, lasciando intuire che fosse possibile una vita sotto la superficie del mare.

Come funziona il Giardino di Nemo? Ancorate sul fondo marino di Noli, tra i sei e i dieci metri di profondità, le biosfere trasparenti appaiono come una sorta di grandi meduse. Con un diametro di due metri ciascuna, ogni cupola può ospitare una massimo di cento piante e al suo interno è ricreato un microclima adatto e costantemente monitorato. Il sistema, interamente ecosostenibile, è alimentato da pannelli solari e pale eoliche che assicurano l’energia necessaria. Nell’agricoltura idroponica le piante vengono coltivate in una soluzione ricca di sostanze nutritive anziché nel terreno, in questo modo acqua e minerali arrivano direttamente alle radici. Inoltre la luce che raggiunge le biosfere è sufficiente per la fotosintesi, favorisce l’evaporazione dell’acqua e scalda l’aria all’interno; questo provoca la condensazione dell’umidità sulle pareti più fresche a contatto con l’acqua esterna e l’ottenimento di acqua dolce che permette la crescita delle piante. Leggi il resto di questo articolo »

Fresco di Masi, il vino pensato per i consumatori di domani

Quando le cantine italiane hanno cominciato a far arrivare i propri vini in Cina hanno commesso l’errore di considerare come pubblico di riferimento quello dei cinquantenni e dei sessantenni. Una più attenta analisi di mercato ha permesso di comprendere che non era quello il pubblico interessato alle etichette italiane. In Cina e in generale nel Far East i potenziali acquirenti si trovavano e si trovano tra i 20 e i 30-35 anni. Questo ragionamento comincia a fare presa anche nel mercato interno, le cantine più lungimiranti si rivolgono già alla cosiddetta “Generazione Z”, che raccoglie i giovani nati dal 1997 fino al 2010 e che segue l’ormai mitica generazione dei “Millennials”. E’ pensando alla “Generazione Z”, ma soprattutto ai consumatori di domani, che la cantina veronese Masi Agricola ha creato “Fresco di Masi”. Se non ci fosse stato il Covid, i due vini biologici (bianco e rosso) sarebbero stati presentati nei padiglioni del Vinitaly, in primavera. La presentazione, invece, è stata affidata in primavera a una delle ultime degustazioni online. Formula che di certo non rimpiangiamo ma che ha permesso, soprattutto nel 2020 e poi in parte nel 2021 di tenere il collegamento con le cantine.

L’idea della creazione di due vini biologici non era recente, ma la pandemia ha dato un contributo e velocizzato la realizzazione. Si tratta di due etichette che si ispirano a valori che oggi consideriamo imprescindibili, come l’autenticità, la sostenibilità. Parole che sono diventate un mantra per la Generazione Z. Raffaele Boscaini, responsabile del gruppo tecnico e settima generazione della famiglia alla guida della storica cantina veronese, ha ben riassunto lo spirito con cui questi vini sono nati: “Guardiamo ai consumatori di domani, a cui proponiamo un prodotto sostenibile. E’ una produzione ‘per sottrazione’ che minimizza l’intervento dell’uomo sulla natura, un ritorno alle origini e alla ricerca dell’essenza del vino”. Il prodotto è coerente, dal nome utilizzato, “Fresco”, dal vetro, più chiaro, al packaging. Come ha spiegato Boscaini, sono “vini sinceri, all’insegna della genuinità, semplici come una volta, ma buoni come ci si aspetta oggi”.

Fresco di Masi Rosso Verona igt nasce con uve locali, con un 70 per cento di Corvina. E poi con un 30 per cento di Merlot. Fresco di Masi Bianco Verona igt, invece, parte anche in questo caso da un vitigno locale, la Garganega (60 per cento). Poi Chardonnay e Pinot Grigio, con percentuali diverse a seconda dell’annata.

https://corrieredelveneto.corriere.it – 04/09/2021

Quanta uva serve per fare una bottiglia di vino?

Per calcolare quanta uva occorre per ottenere una bottiglia di vino bisogna prima risalire al perché le bottiglie abbiano quasi tutte una capacità di 75 cl…

Una bottiglia di vino da 0,75 litri (la dimensione più diffusa) richiede in media 1,2 kg d’uva. Sul perché poi si utilizzi proprio questa misura di bottiglia esistono varie teorie. La prima è fisica: sembra che tutto dipendesse dalla forza polmonare degli antichi soffiatori di vetro, che in media, con un unico fiato, riuscivano a creare bottiglie di tale capacità.

La seconda deriva dal commercio: infatti gli inglesi, che ancora oggi misurano il volume in galloni, riguardo a questioni di tasse portuali e costi di trasporto consideravano che una cassa di vino poteva contenere al massimo 2 galloni, e ciascuna cassa poteva ospitare 12 bottiglie. 1 gallone equivale a 4,5 litri, 2 galloni 9 litri, divisi in 12 bottiglie 0,75 litri ciascuna.

Secondo un’altra teoria, invece, questa particolare unità di misura viene utilizzata perché una bottiglia da 0,75 contiene esattamente 6 bicchieri da 125 ml utilizzati nelle osterie. In questo modo gli osti potevano calcolare più facilmente quante bottiglie sarebbero servite ai clienti in base al loro numero. La scelta del vetro risale al XVIII secolo, quando si iniziò a capire l’importanza per il gusto di conservare il vino in questo materiale.

https://www.focus.it – 14/08/2021

L’estate 2021 si tinge di rosé

Per anni snobbato, soprattutto dagli intenditori, questa stagione il vino in rosa si prende la propria rivincita comparendo sempre più spesso sulle tavole degli italiani. I puristi si affideranno a delle bottiglie e made in France, mentre chi crede nel nostro Bel Paese sperimenterà le varietà qui prodotte. L’importante è dare una chance a questo trend che di certo vi conquisterà.

Polemica c’è attorno alla creazione Prosecco Rosé, i produttori del Territorio dell’ Asolo Prosecco DOCG hanno addirittura scritto una lettera aperta per opporsi alla creazione di un “Prosecco Doc Rosé”, tante le ragioni reali dalla necessità di impiantare nuovi vitigni alla mancanza di tradizione.

Polemica o no, fatto sta che le bollicine rosé vanno per la maggiore soprattutto tra noi ragazze. Bellussi crea una bottiglia di forte impatto, nera con etichetta fucsia, per il proprio Prosecco Doc Rosé Brut ottenuto da una selezione di uve Glera e Pinot Noir mentre il Montelvini Prosec Doc Rosé Treviso caratterizzato da sentori di fiori e frutta bianca con note di frutta rossa.

Chi ama i francesi dovrà provare il Perle Rosé di Artur Metz punta tutto su un perlage cremoso, mentre dalla Sicilia arriva il Frappato Spumante Santa Tresa un vino biologico che è un brindisi all’estate.

https://www.iodonna.it – 11/08/2021

La decennale maturazione del Vino Santo Trentino

Nella valle dell’Adige, collegata al Garda da un’antica via romana che percorre interamente la valle dei Laghi, un’area caratterizzata da clima mite, si coltiva la nosiola, un vitigno autoctono da cui si ricava il Vino Santo Trentino DOC , da non confondersi col Vin Santo toscano. La zona di produzione è limitata alle valli a sud di Trento, fino alla sponda nord del Lago di Garda; soltanto il 10% dei vigneti di nosiola della Valle dei Laghi è idoneo per l’appassimento, poco più di 10 ettari in tutto.

Per produrre questa perla enologica si raccolgono grappoli spargoli cioè con pochi acini in alcuni vecchi vigneti posti in appezzamenti specifici che permettono un appassimento lunghissimo. I grappoli ben maturi, dopo essere stati raccolti in vendemmia tardiva, sono stesi su graticci detti “arele” e collocati sulle soffitte. La costante ventilazione è garantita tutto l’anno dalla cosiddetta “ora del Garda”, un caratteristico venticello che soffia dal vicino lago e dal vento delle Dolomiti di Brenta.

L’appassimento si protrae per oltre cinque o sei mesi, fino alla Settimana Santa (da qui il nome che prende il vino), periodo in cui si svolge la pressatura. La muffa nobile (Botrytis cinerea) che si sviluppa all’interno dell’acino ne accentua la disidratazione: l’azione combinata del tempo e del vento, provoca un calo dell’80%, il che significa che da 100 chili di uva nosiola si ottengono tra i 15 ed i 18 litri di mosto di Vino Santo.

Successivamente si avvia la fermentazione in botte piccole di rovere francese Leggi il resto di questo articolo »

La “ombra” di bianco del 1° agosto

Si narra che la regina d’Ungheria lungo il viaggio da Venezia a Padova si ammalò di febbre malarica quando attraversò le campagne alle porte di Treviso, all’epoca paludi e terre non ancora bonificate. Nonostante le cure di alcune monache, la febbre continuò a salire facendo temere per la vita della regina malata. La mattina dell’1 agosto di una data incerta, quando ogni speranza era ormai perduta, la badessa del convento che ospitava l’illustre personaggio decise di rischiare il tutto per tutto e scendendo in cantina spillò una caraffa di mosto di vino bianco fermentato di uva Sant’Anna che fece bere fino all’ultima goccia alla Regina ormai in punto di morte. Sia stato il vino o solo il fato, la febbre sparì.

Da quei giorni, dalla datazione incerta , divenne presto “tradizione” il bere un’ombra di bianco il mattino del primo Agosto, appena desti e prima d’intraprendere le attività giornaliere per scacciare le febbri e i malanni e, cosa affatto rara allora nei campi, i morsi dei serpenti .Siamo nel pieno dell’estate e della canicola ( 24 luglio/26 agosto) ed in attesa delle piogge ristoratrici – pioggia d’agosto rinfresca il bosco, recita il proverbio – la campagna è riarsa, preda d’ogni sorta di ronzanti zanzare, allupate dalle temperature e dal sentore della loro imminente fine, dedite a pungere incessantemente uomini ed animali provocando febbri e dolorose dermatiti . Quel rito taumaturgico, panacea contro il solleone che minava le forze ai contadini impegnati nella mietitura e nella raccolta dei frutti di stagione, si è ripetuto stamane sull’ Ultimo Miglio, lungo l’Ostiglia, dove al vecchio casello di strada dell’Aeroporto, là dove inizia, si son dati appuntamento i residenti della contrada Moncia per augurarsi, calici levati, salute e prosperità.

A mescere i calici di bianco i titolari del Ristoro omonimo aperto poco tempo fa che han ridato nuova vita al vecchio casello rimasto orfano del suo ultimo casellante, Egidio Cecchetto, uno dei 4 moschettieri artefici del restauro del settecentesco capitello dedicato al Santissimo Nome di Maria che sorge lì accanto, meta non solo di devozione ma anche di salutare sosta per i viandanti della “Strada del Respiro”, questo il soprannome della ciclopedonale Ostiglia, immersi nel refrigerio del suo bosco lineare che la cinge da ambo i lati. Un brindisi , quello della contrada Moncia, d’auspicio per tutti affinché abbia a cessare il prima possibile questa pandemia che ci affligge da ormai troppo tempo.

https://www.trevisotoday.it – 01/08/2021