Aggiornamenti

Tappo a vite intelligente sui vini di Walter Massa: basta appoggiare lo smartphone

Walter Massa aggiunge un nuovo tassello alla battaglia per la diffusione in Italia del tappo a vite, che da oggi diventa intelligente oltre che funzionale. Basta appoggiare lo smartphone sulle bottiglie di Derthona 2018 per essere catapultatati nell’universo di informazioni riguardanti la cantina, il vigneto e i migliori abbinamenti cibo-vino. Merito della tecnologia Nfc (Near-field communication) e-WAK® – Tap on Cap sviluppata da Guala Closures Group. Un’azienda con sede a Spinetta Marengo, frazione del comune di Alessandria.

L’esordio dei nuovi tappi è avvenuto ieri a Lazise, in occasione della presentazione del catalogo 2020 di Proposta Vini, selezionatore e distributore – tra gli altri – dei vini di Massa. Il tappo a vite intelligente è destinato a parte delle 30 mila bottiglie di Derthona 2018 “Montecitorio“, “Sterpi” e “Costa del Vento“.

Si tratta di un sistema di comunicazione mediante ricetrasmissione a corto raggio per la connettività senza fili, che ha lo scopo di fornire informazioni utili al consumatore, ma anche al produttore. Un tappo anti-contraffazione, che garantisce la tracciabilità del vino, dal vigneto al calice, ancor prima di acquistarlo.

Una rivoluzione che, secondo Walter Massa, “potrebbe contribuire a snellire la burocrazia che attanaglia il lavoro di tanti piccoli produttori, convincendo i Ministeri competenti a eliminare tanti chili di carta”.

“Ho piacere che i miei pensieri si sviluppino in tempo reale Leggi il resto di questo articolo »

Sorseggiare vino stimola il cervello più che risolvere problemi matematici

Bere vino stimola il cervello più che risolvere problemi matematici o ascoltare musica, lo ha scoperto il neuroscienziato dell’Università di Yale Gordon Shepherd, secondo il quale il vino stimola particolarmente la nostra intelligenza.

Shepherd ne ha parlato nel suo libro “Neuroenology: How the Brain Creates the Taste of Wine“, sottolineando che quando beviamo un bicchiere di vino, non ci limitiamo a mandarlo giù, ma lo assaporiamo, annusiamo, guardiamo e poi, infine, inghiottiamo, coinvolgendo il senso dell’olfatto, della vista, del tatto, e attivando diversi processi muscolari e motori.

In quel momento, il cervello, stimolato dalle molecole del vino, che di per sé non hanno gusto, crea il loro sapore, esattamente come crea il colore quando la luce colpisce un oggetto e le diverse lunghezze d’onda stimolano i circuiti cerebrali che ci fanno percepire le varie tonalità.

Questo significa che quando sorseggiamo del vino, stiamo impegnando il cervello in un’attività molto più complessa di quanto sembri, addirittura più impegnativa della risoluzione di problemi matematici. Questa attivazione a più livelli è il modo in cui apprendiamo le cose e affiniamo le nostre capacità cognitive, a detta di Shepherd, quindi molto utile.

Peccato che l’alcol, al tempo stesso, crei altri problemi al corpo e possibili dipendenze, soprattutto se consumato in dosi eccessive. Ma con moderazione, secondo Sheperd, è un toccasana per il cervello!

www.greenme.it – 14/01/2020

Le bottiglie di vino spedite nello spazio per invecchiare

In attesa di sperimentare le delizie di una cantina lunare (magari nel propizio cratere di Bessel) 12 bottiglie di Bordeaux stanno piacevolmente invecchiando in orbita nella Stazione Spaziale Internazionale. Una inziativa non solo scientifica ma anche enogastronomica.

Gli enologi in realtà si erano inizialmente stupiti della proposta che poi hanno accolto di buon grado anche per gli eventuali propizi cascami di marketing.

“Non pensavamo che questo progetto fosse serio – ha detto Philippe Darriet, eminente enologo presso l’Università di Bordeaux – E poi abbiamo colto l’occasione. Abbiamo ritenuto che il soggiorno del vino sulla Stazione Spaziale Internazionale sia un’opportunità per studiare l’impatto della micro-gravità, della radiazione solare, dell’evoluzione dei componenti del vino”.

Il vino trascorrerà 12 mesi in orbita prima di tornare sulla Terra per essere analizzato e confrontato con 12 bottiglie gemelle rimaste in cantina.

Il bere vino rosso in orbita non è pero’ contemplato a dispetto di una ricerca condotta alla Harvard Medical School secondo la quale il resveratrolo, presente nei rossi, che dovrebbe/potrebbe aiutare a contrastare la bassa gravità e Leggi il resto di questo articolo »

La docg passiti più piccola è bergamasca

Il Moscato di Scanzo è tra i vini italiani più antichi e uno dei rari moscati rossi prodotti in Italia. L’unico della Bergamasca ad avere la denominazione di origine garantita Docg. Fu Luigi Veronelli a battersi per il riconoscimento a questo vino.

Lo producono con orgoglio, da un antico vitigno autoctono – cioè in una terra ben circoscritta – 28 vignaioli quasi tutti nella piccola zona di Scanzorosciate. Ultima nata la giovane cantina Cascina San Giovanni, che nell’omonima località ha ripreso la vinificazione della vigna sporla, probabilmente impiantata dalla comunità religiosa dei Monaci Umiliati tra i secoli XII-XIV.

Il fascino del Moscato di Scanzo è dovuto al sapore aromatico e speziato di frutti rossi, rosa canina con sentori di liquirizia e cannella e a una storia che mischia cronaca e leggenda. Si racconta che la coltivazione di questo vitigno risalga al tempo dei Celti e che fu l’artista bergamasco Giacomo Quarenghi a farlo conoscere nel Settecento in tutta Europa portandolo in dono alla zarina di Russia.

Oggi il Moscato di Scanzo è un vino premiato dalle principali guide enologiche ed è apprezzato lungo tutta la penisola, in Germania, Belgio, Svizzera e Inghilterrra (pare sia addirittura nella dispensa dei reali inglesi). Grazie all’iniziativa delle aziende De Toma e De Biava da poco si è fatto conoscere anche in Giappone e in Cina.

Dal 1983 lo valorizza il Consorzio Tutela Moscato di Scanzo che raccoglie 21 delle 28 aziende produttrici. «Gli ettari vocati sono 31, ad oggi ne sono coltivati a Moscato 25, con una produzione di circa 50-60 mila bottiglie all’anno, da questa vendemmia però ci attendiamo una resa inferiore».

www.larassegna.it – estratto del 26/12/2019

Birrificio Ofelia, una storia fermentata per 5 anni

La Birra Ofelia nasce da un’idea che è lentamente fermentata nelle menti di Lisa Freschi e Andrea Signorini, soci e compagni di vita.

L’idea nasce nel 2007, in Belgio, durante la visita ad un birrificio artigianale, al cui ritorno iniziarono a sperimentare piccole produzioni nel garage sotto casa. Galeotto fu quel viaggio, perché per altri 5 anni continuarono le prove delle cotte, affinando le ricette con perizia e studio, e perfezionandosi con altri viaggi in Belgio e negli Usa, confrontandosi con altre realtà, il tutto tenendo conto che Lisa e Andrea erano già impegnati nelle loro attività professionali.

Nel 2012 finalmente nasce la loro birra perfetta, una birra che potesse essere onesta, franca, pura e soprattutto una birra che non scenda a compromessi. Nasce Ofelia, nomen omen, proprio come il personaggio dell’opera Shakespeariana, perdutamente Innamorata di Amleto.

Il legame con il territorio

“Il piccolo impianto da 1.2 ettolitri nel tempo ha cominciato a starci un po’ stretto – raccontano Lisa e Andrea – e così dal 2016 abbiamo realizzato, sempre a Sovizzo e a pochi passi dal precedente, un altro birrificio da 12 ettolitri con un impianto più efficiente”.

“Nel nuovo birrificio – continuano – abbiamo predisposto anche la tap room, un’area del birrificio dedicata e aperta a tutti coloro che vogliono bere una buona birra alla spina Leggi il resto di questo articolo »

Quattro slogan per convincere gli inglesi a comprare vini piemontesi

Cosa devono aspettarsi, da Brexit, gli esportatori piemontesi? In particolare, chi produce e vende vino nel mondo? Una risposta precisa è impossibile, e lo sarà per qualche tempo. Il motivo è semplice. L’unica cosa certa è che il Regno Unito uscirà dall’Unione Europa il 31 gennaio 2020. La maggioranza che Boris Johnson ha conquistato il 12 dicembre scorso (80 seggi) gli consente, infatti, di far approvare dalla Camera dei Comuni l’accordo negoziato a Bruxelles.

In sostanza, di fare quello che non era riuscito a Theresa May. A questo punto, le certezze finiscono. Dovrà essere negoziata una serie di nuovi accordi per regolare i rapporti tra UK e UE. Rapporti commerciali, doganali, finanziari, universitari, sui trasporti e la sicurezza, sull’agricoltura e la pesca, eccetera. C’è tempo solo fino al 31 dicembre: l’impresa pare impossibile (a meno di ricorrere a un gigantesco copia-e-incolla degli accordi esistenti). Il trattato con il Canada – invocato da Boris Johnson come modello – ha preso diversi anni.

Certo, si potrebbe estendere il periodo di transizione, durante il quale tra Uk e Ue le cose resteranno immutate: ma bisogna farlo entro l’estate. Il nuovo governo britannico, però, non ne vuole sapere: la Camera dei Comuni s’appresta a votare una norma di legge che renderà il rinvio impossibile. Leggi il resto di questo articolo »

Perché il vino italiano piace all’estero?

Perché esprime il rapporto profondo tra uomo e ambiente come nessun altro prodotto proveniente dai principali Paesi produttori di vino. Il che vuol dire che il consumatore sceglie un vino in base alla brand authenticity di una cantina, ossia attraverso caratteristiche quali qualità, heritage, sincerità, continuità, integrità, simbolismo e predilige le aziende che sappiano raccontare la propria storia e il proprio territorio, dando valore morale e reale al proprio brand, coerenti nel tempo nei propri obiettivi.

Emerge dall’Italian Taste Summit, promosso a Padenghe sul Garda, da Miro & Co. Wine Global, con oltre 30 cantine di tutta Italia e 30 importatori internazionali. La riprova arriva dall’applicazione delle neuroscienze al mondo del vino: affidandosi alla scienza per capire come funziona il cervello umano nelle scelte d’acquisto e quanto sia disposto a pagare per una bottiglia di vino (nelle scelte d’acquisto incide solo il 5% della parte razionale del cervello, perché “siamo macchine emotive che pensano” e non viceversa), da alcuni test effettuati su dei consumatori a cui era stato mostrato un brand che aveva saputo rispondere a tutti i requisiti di authenticity, si è evidenziato come questi fossero disposti a pagare un terzo in più del prezzo reale della bottiglia.

Se è vero che nell’ultimo decennio le esportazioni italiane di vino hanno puntato sempre più sulla qualità, come rivela la crescita delle vendite in valore (+5,2% medio annuo nel periodo 2007-2018, fonte: Unicredit Industry Book) rispetto ai volumi esportati, rimasti invece quasi invariati (+0,3% nello stesso periodo) è altresì vero che il consumatore – o consum-attore come è stato definito nel Summit – è orientato sempre di più verso vini che esprimono l’identità del territorio e con essa, la bellezza, l’autenticità, l’originalità della ruralità, tipica in ogni azienda agricola italiana.

Le cantine che si vogliono affermare all’estero, Leggi il resto di questo articolo »

Storia e leggenda del Lacryma Christi del Vesuvio

Il Lacryma Christi è uno dei vini campani, a denominazione di origine controllata, più famosi al mondo. Prodotto con le uve autoctone del Vesuvio, le sue origini sono molto antiche come dimostrato dalle prime testimonianze della coltivazione dell’uva.

La viticoltura era, infatti, praticata nei pressi di Torre del Greco sin dal V secolo a.c. dalla popolazione greca dei Tessali che, insediatasi in quei territori, aveva portato i vitigni che si arrampicano tutt’oggi sulle falde del Vesuvio.

Ma da dove deriva questo nome così bizzarro? A spiegarlo sono alcune antiche leggende. Secondo la prima, il nome “Lacryma Christi” sarebbe legato alla storia di Lucifero.

Si narra che l’angelo disobbediente, prima di abbandonare per sempre il Paradiso, per dispetto, ne rubò un pezzo e, sprofondando nelle viscere dell’Inferno, lasciò dietro di sé una voragine da cui nacque il Vesuvio. Gesù, riconoscendo nel Golfo di Napoli il Paradiso rubato, versò un numero infinito di lacrime dalle quali nacquero poi i vigneti di questo vino dal gusto unico.

Secondo un’altra leggenda, Gesù, presentatosi con altra identità, ad un eremita che viveva sulle pendici del Vesuvio, si finse assetato e gli chiese di bere.

Per ringraziarlo della grande generosità dimostratagli, trasformò la sua acqua in nettare di vino.

Che sia vera la prima o la seconda storia non c’è dato sapere, Leggi il resto di questo articolo »

Nasce “Xenia”, il vino dell’ospitalità.

Un nuovo vino, dal sapore specialissimo. Caldo, accogliente, solidale soprattutto. Xenia, in greco antico «ospitalità», accoglienza dello straniero.

È il nome dato al vino realizzato da “Agricoltura Capodarco” con l’aiuto di migranti e disabili che per mesi hanno lavorato gomito a gomito nelle sedi di Grottaferrata e nel Parco della Mistica.

La bevanda, già messa in commercio, è stata presentata in occasione dei 40 anni della cooperativa sociale, come prodotto simbolo contro «il clima di odio che sempre più si respira in Italia».

La denominazione del vino, rosso rubino, è stata scelta durante un pranzo comunitario all’interno dell’azienda agricola con il presidente Salvatore Stingo.

«Hanno partecipato tutti alla decisione ed è stato un momento di forte condivisione, una sorta di votazione in cui siamo stati tutti concordi – racconta Ilaria Signoriello della cooperativa -.

Abbiamo scelto un nome forte che ben rappresentava i valori storici di Capodarco che oggi più che mai vanno riaffermati: integrazione e accoglienza. Leggi il resto di questo articolo »

Nesos, ecco il vino marino prodotto come facevano gli antichi greci 2500 anni fa

Stappare una bottiglia di vino e tornare indietro nel tempo è possibile grazie a un esperimento scientifico unico al mondo condotto all’isola d’Elba: si chiama Nesos, il vino marino, presentato a Firenze in un convegno organizzato in collaborazione con Regione Toscana, Toscana Promozione Turistica, Vetrina Toscana, Fondazione Sistema Toscana.

L’esperimento enologico è stato realizzato dall’Azienda Agricola Arrighi dell’isola d’Elba in collaborazione con il professor Attilio Scienza, ordinario di Viticoltura dell’Università degli Studi di Milano e Angela Zinnai e Francesca Venturi del corso di Viticoltura ed Enologia dell’Università di Pisa.

Le 40 bottiglie di vino, presentate in anteprima assoluta a Firenze, sono state prodotte secondo una tecnica utilizzata nell’isola di Chio ai tempi dell’antica Grecia, che prevede di immergere i grappoli integri in mare aperto.

Dopo circa 2500 anni questo metodo è stato riproposto all’Elba utilizzando l’ansonica, un’ uva bianca coltivata sull’isola, con caratteristiche simili a quelle di due antiche uve dell’Egeo, il Rhoditis ed il Sideritis, caratterizzata da una polpa croccante e una buccia resistente che ne ha permesso la permanenza in mare.

Le uve sono state immerse nel mare per ben cinque giorni a circa 10 metri di profondità, all’interno di contenitori di vimini. Leggi il resto di questo articolo »