Il vino che domina la natura maligna

Non esiste alcun “vino naturale”. Solo la mano dell’uomo può forgiare un Sangiovese perfetto.

“Anche questa estate sarà una lunga corsa, come da molti anni a questa parte” scrive Stefano Berti, uno dei più vivi vignaioli di Romagna se non proprio il più vivo di tutti siccome ha capito che il Sangiovese dev’essere rosa, rifermentato in bottiglia, frizzante e tappato a corona (il vino rosso fermo tappato col sughero sia considerato antiquariato).

“Sarà necessario correre più forte dei funghi, delle muffe, dei virus, degli insetti, dei cinghiali, dei caprioli, degli storni, del caldo, della grandine, della vigoria delle viti, dei venti, di tutte le armi di cui la natura dispone per cercare di distruggere il tuo lavoro.

C’è poco da fare, la natura è contro di noi, in ogni istante, per ventiquattrore al giorno.
Per questo il vino, qualsiasi vino, sarà sempre e inevitabilmente un prodotto fatto contro natura”.

Stefano Berti è vignaiolo leopardiano, tragicamente consapevole come l’autore della “Ginestra” che la natura è matrigna, per quanto un secolo superbo e sciocco diversamente la immagini: la sua corsa nella vigna sopra Forlì insegni a ciascuno che la definizione di “vino naturale” è un’idiozia oppure una truffa, che il vino è culturale oppure non è buono nemmeno per l’aceto.

www.ilfoglio.it – 12/07/2019

Vino, scoperto in Sardegna il vitigno più antico del Mediterraneo occidentale

Una scoperta che riscrive la storia della viticultura dell’intero Mediterraneo occidentale. A farla gli studiosi dell’Università di Cagliari. L’équipe archeobotanica del Centro Conservazione Biodiversità (CCB), guidata dal professor Gianluigi Bacchetta, ha rinvenuto semi di vite di epoca Nuragica, risalenti a circa 3000 anni fa. E ha avanzato l’ipotesi che in Sardegna la coltivazione della vite non sia stata un fenomeno d’importazione, bensì autoctono.

Sino ad oggi, infatti, i dati archeobotanici e storici attribuivano ai Fenici, che colonizzarono l’isola attorno all’800 a.C., e successivamente ai Romani, il merito di aver introdotto la vite domestica nel Mediterraneo occidentale. Ma la scoperta di un vitigno coltivato dalla civiltà Nuragica dimostra che la viticoltura in Sardegna era già conosciuta: probabilmente ebbe un’origine locale e non fu importata dall’Oriente. A suffragio di questa ipotesi, il gruppo del CCB sta raccogliendo materiali in tutto il Mediterraneo: dalla Turchia al Libano alla Giordania si cercano tracce per verificare possibili “parentele” tra le diverse specie di vitigni.

La ricerca. Nel sito nuragico di Sa Osa, nel territorio di Cabras, nell’Oristanese (non lontano dal luogo del ritrovamento dei Giganti di Mont’e Prama), la squadra di archeobotanici del professor Bacchetta, grazie alla collaborazione con la Soprintendenza per i Beni  Archeologici per le province di Cagliari e Oristano, ha trovato oltre 15.000 semi di vite, perfettamente conservati in fondo a un pozzo che fungeva da ‘paleo-frigorifero’ per gli alimenti. “Si tratta di vinaccioli non carbonizzati, di consistenza molto vicina a quelli ‘freschi’ reperibili da acini raccolti da piante odierne – spiega Bacchetta – . Grazie alla prova del Carbonio 14 i semi sono stati datati intorno a 3000 anni fa (all’incirca dal 1300 al 1100 a. C.), età del bronzo medio e periodo di massimo splendore della civiltà Nuragica”. Leggi il resto di questo articolo »

A Firenze hanno riaperto una delle storiche buchette del vino

A Firenze torna in vita una delle tradizioni più curiose della città. O almeno, sta tornando in vita in un punto preciso, che però, chissà, potrebbe lanciare una moda. Per farla breve, dopo secoli ha riaperto una “buchetta del vino”…

Forse non tutti sanno che in molti palazzi signorili di Firenze si aprono a circa un metro dal suolo delle minuscole porticine, si direbbero adatte a degli gnomi (se fossero a terra) o, chissà, a delle fate. Quel che è certo è che ormai paiono non servire più a nessuno, sono infatti sempre chiuse, a volte addirittura murate o inghiottite dalle ristrutturazioni dei palazzi, possono perfino spuntare talvolta in quelli che oggi sono gli androni o l’interno dei negozi.

Ma a che servivano queste porticine a mezza altezza? Ebbene, la risposta è più sorprendente di quanto non si possa pensare. In queste aperture si rivelava una mirabile tradizione fiorentina. Queste erano le cosiddette Buchette del vino.

Dette anche tabernacoli, finestrini o finestrelle (sempre “del vino”), erano poste sin dal Cinquecento ai lati dei portoni dei palazzi delle grandi famiglie proprio per vendere un bicchiere – o perfino un fiaschetto – di nettare, in cambio di un gruzzolo di monete sonanti.

E si beveva fin dalla mattina. Ogni famiglia abbastanza ricca da avere delle tenute non lontano dalla città, attraverso questi miracolosi anfratti smerciava il vino ai viandanti. Era anche un’attività conveniente: essendo la produzione familiare la vendita era esentasse. Inoltre le buchette erano pensate per tutti, soprattutto per i più poveri.

Capitava infatti che da queste aperture venissero offerte anche eccedenze alimentari. Al giorno d’oggi se ne contano ancora 170, di cui 145 nel centro storico.

E come è normale a ogni buchetta corrispondeva uno stile (anche architettonico) e un gusto, perché di fatto ogni finestrella era l’affaccio sul mondo di una cantina signorile. Dietro il passaggio c’era sempre una stanzina piena di botti e un servo della casata pronto a mescere. Talvolta si notano ancora i battenti per richiamarlo, qualora si fosse distratto (o, chissà, ubriacato…).

https://www.dissapore.com – 04/07/2019

Vino: Pighin porta in Israele etichette della produzione friulana

L’azienda Pighin, ambasciatore del vino friulano tra i più conosciuti nel mondo, scrive un nuovo e sfidante capitolo della sua storia portando nel mercato israeliano i ‘gioielli’ della sua produzione vitivinicola. L’azienda friulana, ubicata nella culla della più alta tradizione vinicola del Friuli, Risano nelle Grave e Capriva nel Collio, sbarca infatti in Israele per raccontare attraverso i suoi vini la storia di due terroir Doc, oggi disponibili nel canale Horeca.

“Siamo orgogliosi di essere stati scelti da un’importante società di importazione e distribuzione leader del mercato israeliano – racconta Roberto Pighin, titolare dell’azienda – e siamo desiderosi di cogliere tutte le interessanti e concrete opportunità commerciali che questo Paese può offrire”.

Di antica tradizione ed elemento di benedizione di ogni occasione sociale, per lungo tempo il vino è stato prodotto in Israele soprattutto per motivi religiosi con scarsa attenzione alla sua qualità. Negli ultimi 30 anni si è registrata tuttavia un’inversione di tendenza e oggi il comparto vino rappresenta una realtà dinamica e in espansione: attualmente si contano circa 300 aziende con vigneti che coprono circa 6.000 ettari (78% uve rosse e 22% bianche) per 336.000 ettolitri annui di vino prodotti. Questi sono consumati prevalentemente in loco, con un 15% destinato all’esportazione.

Per quanto piccolo sia il comparto del vino israeliano, presenta una notevole variabilità di zone e climi Leggi il resto di questo articolo »

E dopo due bottiglie di buon vino, la risposta la trovi nell’etichetta

I territori vanno apprezzati per le tante sfumature. Un bel paesaggio non sarà mai un solo ulivo, ma un bosco con tanti alberi immerso in una macchia mediterranea su una terra color del sangue che si riflette in un tramonto…etc., etc… Insomma il tutto, l’insieme, è fatto di tante parti e questo vale anche per il vino.

Nonostante quel che ho dovuto dire per tanti anni, oggi faccio outing e vi dico che sono per un vino frutto di blend, “sinfonico e non solista”, come direbbe il prof. Moio e sono convinto che l’abilità di un grande enologo sia nei giusti tagli, nell’accordo dei profumi, degli aromi, nell’uso di antichi sapori rivissuti in chiave di attualità di gusti.

In coerenza a tutto ciò ho scelto un vino che non conoscevo di una nuova casa produttrice del territorio che mi dicevano aveva i vigneti ben esposti tra Torricella e Maruggio.

Conoscevo tutte le aziende produttrici presenti sul menù, tutte di buon livello con ottimi vini, ma la curiosità, novello Ulisse enoico, mi ha spinto verso un 13° con un blend di Fiano, Malvasia e Sauvignon.

Devo dire un buon vino: un colore di un giallo intenso “vecchia maniera” che faceva pensare ad una giusta prevalenza di base della malvasia; profumi intesi come si immaginava dalla composizione; la gradazione sostenuta era all’altezza di quanto si aspetta un nuovo e giovane consumatore e non confondeva la struttura equilibrata che accompagnava ottimamente i gamberi degli spaghetti ed il dentice al forno.

Insomma una buona scelta, due bottiglie, se non fossi andato a fondo…

Nell’approfondire l’etichetta e saperne di più sulla casa produttrice che era l’unica a me sconosciuta della lista dei vini, ho scoperto che era un vino imbottigliato a Lavis (Trento).

Ecco perché non lo conoscevo.

Non aggiungo altro se non …”Ahi serva Italia di dolore ostello…” per continuare con Ulisse….!

www.lavocedimanduria.it – Luigi Primicerj – 14/06/2019

Il Prosecco è il vino italiano più bevuto nel mondo

Il Prosecco è il vino italiano più bevuto nel mondo: lo testimonia l’aumento record delle esportazioni nel 2019, pari al 25%, con la previsione di arrivare a un incasso di un miliardo di euro entro la fine anno.

Lo rileva la Coldiretti, basandosi sui dati Istat relativi al primo bimestre 2019, all’indomani della candidatura delle Colline del Prosecco di Conegliano e Valdobbiadene nella Lista del patrimonio mondiale dell’Unesco come Paesaggio culturale.

Secondo i dati Istat, sono state vendute all’estero due bottiglie Doc su tre dei 466 milioni venduti lo scorso anno.

La Gran Bretagna è di gran lunga il Paese che ne consuma di più.

Se il Prosecco è il vino italiano più bevuto all’estero, sul fronte della produzione nazionale una Dop su tre si affaccia sul mare e questi vigneti, presi nel complesso, sono anche quelli che registrano le migliori performance sui mercati internazionali.

I dati, elaborati da Nomisma Wine Monitor, sono stati presentati sabato 8 giugno al convegno «Vino da mare» organizzato a Fano dall’Istituto marchigiano di tutela vini.

Secondo l’analisi, presentata in occasione dei 50 anni della Doc Bianchello del Metauro, il 31% delle 408 Dop italiane ha un’area di sbocco sul mare con Marche, Liguria, Sardegna, Sicilia, Calabria, Puglia, Molise e Abruzzo che presentano una percentuale «marittima» delle loro denominazioni oltre il 75 per cento.

Questa incidenza sembra destinata a crescere: fatta eccezione per il Prosecco, che comunque in piccola parte si affaccia sulla costa, in Italia la produzione di vini marittimi è infatti aumentata negli ultimi anni del 45%, a fronte di un +13% messo a segno dagli altri vini.

www.ilsole24ore.com – 08/06/2019

Robert Parker si ritira, suo giudizio cambiava le fortune di un vino

Robert Parker si ritira. A 71 anni il critico Usa che con il suo giudizio ha segnato le fortune di molte cantine, e tra queste una nutrita schiera di etichette italiane oltre che della California e di Bordeaux, sceglie il crepuscolo dopo oltre 50 anni di giudizi su una scala di 100 punti e recensioni nel mondo di Bacco.

“E’ giunto il momento per me di rinunciare a tutte le responsabilità editoriali e di board” ha annunciato l’esperto americano capace di portare, con una sua valutazione oltre i 93 punti, un vino appena uscito di cantina nel gotha delle etichette più pagate al mondo. La sua creatura, The Wine Advocate, era già passata di mano, prima a un fondo di Singapore e poi al gruppo Michelin che, dopo il vascello, ora prende anche il timone.

Nato a Baltimora, nel Maryland dove si è laureato in Storia, Parker ha mosso i primi passi in campo enologico nel 1967 con esperienze di enoturismo in Francia con la futura moglie, Patricia. Per poi lanciarsi nel 1975 nella cura di una guida indipendente per orientare il consumatore.

Tre anni più tardi nasce “The Wine Advocate”, l’autorevole rivista bimestrale che è passata dai 600 lettori abbonati del 1978 agli attuali 50.000 “fedelissimi”, distribuita negli Usa in ogni Stato federale e in 37 Paesi. Dal 2002 è online il sito con vetrine e-commerce.

“La svolta per Parker – ricorda Federvini – risale al 1983 con le recensioni sull’annata bordolese del 1982. Un millesimo che in prima istanza fu ritenuto da molti critici mediocre con una produzione etichettata come eccessivamente matura e con vini che avrebbero avuto difficoltà a invecchiare. Parker invece fin dall’inizio ne parlò in termini entusiastici. E in effetti il tempo diede ragione a Parker”.

www.ansa.it – 03/06/2019

Il Verdicchio inonda la Svezia: record di vendite per il vino marchigiano

Da quanto rivela uno studio promosso da Assoenologi in collaborazione con Enò (azienda di specialisti nella ricerca, produzione e comunicazione di biotecnologie agroalimentari), la Svezia sarebbe il nuovo Eldorado del vino “made in Marche”.

Il motivo di tale successo nelle vendite, sarebbe dovuto proprio a quei cambiamenti climatici, contro cui la giovane svedese Greta Thunberg tenta di battersi, sensibilizzando l’opinione pubblica mondiale.

Lo studio, infatti, evidenzia come il riscaldamento dell’area scandinava porta i popoli nordici a preferire vini bianchi, più leggeri, a scapito dei rossi, e proprio il Verdicchio sarebbe in pole position.

L’Italia – da quanto riporta Il Sole 24 Ore – ha il ruolo di paese leader nella vendita di vino in Svezia con circa 56 milioni di litri, coprendo una quota del 28% del mercato complessivo, seguito dalla Francia con il 14% e dalla Spagna e nonostante il nostro export è storicamente votato al vino rosso, recentemente si sta registrando una flessione dei consumi a vantaggio di bianchi, rosati e spumanti.

E se l’Italia, sta sperimentando per la prima volta una leggera flessione nelle vendite, le Marche hanno un asso nella manica: il Verdicchio, oggi tra i vini più venduti sul mercato svedese. Il Verdicchio – dicono i dati – sembra essere l’unico a registrare incrementi a due cifre, crescendo di oltre il 20% a volume.

https://picchionews.it – 02/06/2019

Ungulati, i Consorzi del vino toscano: “Il Tar condanna a morte l’agricoltura”

“La decisione del TAR della Toscana, che ha sospeso in via cautelare la caccia in braccata al cinghiale, è di fatto una condanna a morte per tante produzioni viti-vinicole della Regione e quindi per tante aziende che sulle viti e sul vino di qualità hanno fatto investimenti cospicui”.

Così Luca Sanjust di A.VI.TO., l’associazione che riunisce i consorzi di produttori di vino della Toscana (che rappresenta oltre 5 mila imprese, per un fatturato stimato di circa un miliardo di euro ed una quota export superiore al 70%*), commenta la decisione dei giudici amministrativi di sospendere la caccia in braccata al cinghiale.

“È evidente che si tratta di una mazzata durissima per tutti noi – spiega Luca Sanjust – perché ci lascia indifesi di fronte a una situazione oramai ingestibile in cui l’aumento sproporzionato e incontrollato degli ungulati ha completamente rovesciato qualsiasi principio di equilibrio naturale.

Siamo in una situazione innaturale in cui non riportare queste popolazioni di cinghiali a un numero equilibrato significa non voler il bene della natura toscana”.

“I primi a pagare i conti di questa deriva falsamente ambientalista – conclude il presidente di A.VI.TO. – saranno proprio coloro che, come noi viticultori, sulla qualità dell’ambiente hanno fatto una scommessa imprenditoriale e di vita.

Ci auguriamo che qualcuno, quando anche il settore del vino sarà messo in ginocchio, non venga da noi a piangere false lacrime di coccodrillo. O si interviene oggi, qui e ora, o è preferibile che chi ha responsabilità di governo della cosa pubblica, taccia e lo faccia per sempre”.

www.eroidelgusto.it – 20/05/2019

Bottiglia di Rocca Sveva per salvare le mura

Un Soave classico Rocca Sveva della cooperativa vitivinicola, in edizione limitata, per salvare le mura medioevali che cingono la cittadina del vino bianco.

È in corso per il secondo anno, l’iniziativa benefica di Cantina di Soave a favore della cinta muraria soavese, un progetto promosso in collaborazione con il Comune, che ha avuto inizio l’anno passato e che sta dando ottimi frutti.

Le mura del suo maestoso castello abbracciano completamente il borgo medievale, ma hanno bisogno di interventi radicali: un patrimonio che la cantina sociale di Soave ha deciso di tutelare, realizzando una bottiglia speciale del proprio vino più rappresentativo e del proprio marchio più prestigioso.

Chiunque desideri può partecipare e contribuire all’iniziativa acquistando una o più bottiglie, che sono disponibili sia al wine shop della Cantina nella sede Rocca Sveva, sia online su www.roccasvevashop.it: parte del ricavato verrà devoluto da Cantina di Soave al Comune, appunto a favore del restauro della cinta muraria.

La bottiglia del Soave per le mura presenta ancora l’etichetta merlata originaria: l’elemento di novità, rispetto alla bottiglia dello scorso anno, è dato dalla capsula dorata, un tocco prezioso per la gioia dei collezionisti. Leggi il resto di questo articolo »