Winease: la piattaforma per promuovere e vendere online il vino in Cina

Winease è un progetto realizzato da quattro team di esperti appassionati ed amanti del vino italiano, tutti uniti dallo stesso obiettivo: promuovere il vino italiano e accompagnare le aziende verso la digitalizzazione per vendere online i propri prodotti. Tutte e quattro sono dotate di competenze differenti e sinergiche sul mercato cinese.

Value China
Specializzata nel supportare le aziende italiane ad approcciarsi al mercato cinese sia dal punto di vista linguistico che socio-culturale.

Business Strategies
Ha sempre avuto l’obiettivo di introdurre lo stile di vita italiano nel mercato asiatico. “Taste Italy! Wine Academy” è il primo corso intensivo sul vino italiano indirizzato ai consumatori cinesi.

Interwine
La più grande e la più antica fiera del vino professionale della Cina continentale. Organizza roadshow in larga scala tutto l’anno in 70 città diverse.

Putaojiu.com
Fondata nel 2015, è la principale piattaforma di comunicati stampa nel settore vitivinicolo in Cina. Fornisce il servizio più professionale e completo per aumentare la visibilità online.
La quarantena e l’isolamento forzati proseguono in Italia così come in altri Paesi nel mondo, ma in Cina la voglia di ripartire è tanta e guarda, così come altrove, al mondo digitale.

Per questo nasce Winease, Leggi il resto di questo articolo »

Magico Vin Santo il bicchiere dell’ospitalià

‘Anteprima Chianti Classico’ appena conclusa, si ricorderà anche per la degustazione di Vin Santo toscano tenuta dal ‘sommelier delle star’ Filippo Bartolotta, che ha guidato una masterclass attraverso otto grandi cantine.

“È il vino dell’ospitalità e in Toscana non c’è cantina che non ne conservi almeno un caratello – racconta Filippo Bartolotta sommelier, giornalista, wine educator – ma per farlo buono, occorre averne una o più batterie.

Servirà al momento dell’assemblage per creare il nettare perfetto. Alcuni caratelli svolgono tutto lo zucchero dando un vino secco, alcuni danno un vino dolcissimo, altri un’acidità volatile troppo alta”.

Le uve si sottopongono ad appassimento perché si concentrino gli zuccheri, favorendo alcune reazioni enzimatiche e l’eventuale formazione della muffa nobile che aggiungerà complessità.

Nei caratelli con la madre a base di lieviti e vecchie annate si aggiunge il mosto – prosegue Bartolotta – poi verranno sigillati con la ceralacca, per essere riaperti dopo l’invecchiamento (sette, otto anni).

Una verticale espressiva attraverso le diverse anime del Vinsanto con Isole e Olena 2008, che è risultato il più sontuoso e univa dolcezza, profumi, acidità, pulizia, insieme ad aromi di frutta candita e scorza di limone. Rocca di Montegrossi 2006, 100% Malvasia, il più dolce di tutti, che ricordava un grandissimo Sauternes.

E a seguire il Castello di Bibbiano Occhio di pernice 2013, tutto cuoio, cioccolato, ciliegia sotto spirito, prugna essiccata, con i profumi caratteristici del sottobosco del ‘Chianti Classico’. Fontodi 2010, 60% Sangiovese e 40% Malvasia, dalla spiccata dolcezza e profondità, con note balsamiche e tabacco.

Poggiolino 1983, quasi secco, simile a uno Sherry, molto balsamico, con note di teatreoil, cipresso e note officinali. Losi Querciavalle 2006, sapido, dall’acidità elevata e note di mandorla tostata, fichi secchi, datteri, liquerizia.

Insieme a golosi abbinamenti, come le animelle laccate al Vin Santo; il cheese-cake con erborinato e gel di Vin Santo; il cantuccio tradizionale riletto al Parmigiano tostato e mandorle; la mela annurca al forno, ripiena di fegatini di pollo.

https://www.quotidiano.net – 15/03/2020

Coronavirus, le certificazioni del vino vanno avanti per garantire la vita delle cantine

Giuseppe Liberatore (Valoritalia): “oggi, di concerto con il Ministero delle Politiche Agricole e con l’Icqrf, semplifichiamo con le autocertificazioni, poi torneremo ai normali controlli, aspetto su cui l’Italia è modello.

Continuano senza problemi, con le precauzioni di legge, le consegne di fascette per Docg e Doc.

Il vino non diffonde il Coronavirus, lo hanno ribadito anche gli enologi. Chi chiede certificati di salubrità specula, e va segnalato. Deve difenderci lo Stato”.

https://winenews.it – 13/03/2020

Cari produttori, in vigna o in cantina con la mascherina fate più danni del Coronavirus

Mentre l’economia italiana affonda sotto i colpi di Coronavirus, loro che fanno? Inventano un hashtag al giorno e si fanno fotografare in vigna e in cantina con la mascherina anti contagio in bella vista, sul volto. Peccato che attorno non ci sia nessuno e che le disposizioni del Ministero dicano ben altro. Forse sbaglio io. Ma certi produttori, in questi giorni di panico e di allarme anche sociale stanno facendo più danni al vino italiano sui social, che Covid-19 per le piazze del Bel paese.

Sarebbe bello poter sostenere che queste patetiche esibizioni su Facebook ed Instagram facciano male solo allo stomaco di chi ha un po’ di sale in zucca, o ancor meglio ai diretti interessati.

Il fatto, purtroppo, è che foto come queste – che circolano mentre gli occhi del mondo sono fissi sull’Italia – danneggiano inesorabilmente l’intero settore, in un momento in cui centinaia di aziende agricole (non solo vitivinicole) rischiano di essere spazzate via dal vento invisibile arrivato dalla Cina.

Le foto dei produttori di vino con la mascherina, in vigna o in cantina, riescono nel miracolo di far provare simpatia (oggettiva) per Veronafiere, che in questi giorni – contro tutti, tranne che i propri interessi, va detto – sta cercando di tenere in piedi con le unghie e con i denti un Vinitaly 2020 con la flebo nelle vene, riprogrammato dal 14 al 17 giugno.

Già, perché se da un lato c’è qualcuno (incravattato) che si sta facendo un culo così per salvare il salvabile del comparto (criticabile o meno che sia), dall’altro ci sono incommensurabili idioti che, nel nome di due fottuti like, sono disposti a mandare messaggi sgradevoli al mondo intero, tra l’ilarità dei più.

Facciamocene una ragione, allora, se la Francia ride di noi con la pizza Corona di Canal+: non è strafottenza, è pietà. Siamo i primi a far ridere il mondo per come spesso (s)comunichiamo le nostre eccellenze, al posto di trasmettere la voglia di scoprire l’Italia. Torniamo tutti sul pianeta Terra. Ce n’è un gran bisogno. Cin, cin.

https://www.winemag.it – 13/03/2020

Vino dal rubinetto di casa: il miracolo nel Modenese

Quel che tutti sotto sotto vorremmo è accaduto oggi nel Modenese: il rubinetto dell’acqua di casa, all’improvviso, ha iniziato a versare vino. Un miracolo, verrebbe da dire, che è sicuramente stato salutato come tale dai cittadini di Settecani, frazione alle porte di Castelvetro. Stamattina, quando si sono svegliati e hanno aperto il rubinetto del lavandino per lavarsi la faccia, hanno visto che non usciva acqua, bensì vino.

Per la precisione, Lambrusco Grasparossa, probabilmente il più celebre vino della zona. E qui, possiamo solo immaginarci le reazioni, tra chi ha deciso di iniziare la colazione con una marcia in più e chi ha riempito le borracce facendo scorta per i periodi di magra (con il Coronavirus in giro e i supermercati saccheggiati, non c’è da biasimarli).

La motivazione del presunto miracolo, tuttavia, non implica nessun santo. Come spiega sui social il Comune di Castelvetro di Modena, “In merito alle segnalazioni giunte sull’impianto idrico di Settecani volevamo informarvi che si è trattato di un guasto improvviso all’impianto di produzione di un’azienda dell’area.

Il guasto è già stato risolto e non vi sono più problemi alla rete in oggetto, rassicuriamo che si è trattato di una perdita di liquido alimentare (vino) non dannosa per l’organismo e priva di rischi sia igienici che sanitari”.

Il motivo del vino dal rubinetto, dunque, pare essere stato un guasto in uno dei silos della cantina sociale di Settecani, che ha fatto finire il Lambrusco nelle condotte dell’acquedotto, e di lì nelle case dei Modenesi che si trovavano in prossimità della zona dove si trova la cantina. Che non hanno potuto far altro che brindare, e recuperare tutti i contenitori possibili per non sprecare neanche una goccia.

https://www.dissapore.com – 04/03/2020

Mary Jane il vino alla marijuana

Si chiama Mary Jane, ha un colore verde brillante e un costo elevato: è il vino alla marijuana che proviene dalla California. Qui, e in molte altre zone degli Stati Uniti, la cannabis è legale e acquistabile attraverso la prescrizione medica.

Nonostante alcuni Stati abbiano istituito leggi che proibiscono di mescolare la cannabis all’alcol, in California non c’è alcun limite del genere. Così un’azienda specializzata in prodotti contenenti cannabis ha realizzato questo particolare vino attraverso l’infusione della marijuana.

Il vino è realizzato con una tecnica specifica, affinata dallo chef Herb Seidel. Consiste nell’introdurre le cime di marijuana all’interno di bottiglie di vino, per poi lasciarle macerare. Con l’infusione, l’erba rilascia i suoi principi attivi e la clorofilla, che conferisce alla bevanda il caratteristico colore verde brillante.

L’ultima novità è il vino infuso alla marijuana. In passato alcuni stati avevano istituito leggi che proibivano di mescolare la cannabis con l’alcol, ma in California non è stata istituita nessuna proibizione di questo tipo. Mary Jane è un vino molto particolare, realizzato con la marijuana, realizzato da un’azienda specializzata in prodotti contenenti cannabis

Per ora il prodotto non è ancora arrivato in molte tavole, visto che il prezzo è decisamente alto. Una bottiglia piccola di vino ha infatti un costo che va dai 100 ai 400 dollari, ma moltissime aziende stanno tentando di entrare nel mercato, cercando di realizzare una versione di Mary Jane low cost.

Secondo alcuni sommelier, i vini che si abbinano meglio alla cannabis sono il Prosecco e lo Chardonnay. Molti considerano migliore l’accostamento con la birra.

Mary Jane è diverso dal cosiddetto pot wine – ovvero il “vino corretto alla cannabis” – anch’esso, per ora, non adatto a un commercio su larga scala. Questo sia per le leggi che ne regolamentano la diffusione sia per il costo.

https://www.foodmakers.it – 19/02/2020

Londra, rimosso il “bancomat” che erogava Prosecco

Le proteste dei giorni scorsi del Consorzio di tutela del Prosecco Doc alla fine hanno sortito gli effetti sperati e i gestori di Vagabond Wine, una catena di enoteche londinesi, hanno deciso di rimuovere il distributore automatico di vino installato in una strada del centro della capitale inglese.

Secondo il presidente del Consorzio si tratta di un atto dovuto che apprezziamo nella misura in cui ristabilisce una corretta informazione nei confronti del consumatore”.

In seguito alle rimostranze dell’associazione e alle prospettive di azioni legali, non essendo prevista dal disciplinare la mescita del Prosecco con sistemi alternativi al versamento diretto del vino dalla bottiglia, gli esercenti di Vagabond Wine hanno rimosso la macchina distributrice.

“L’auspicio – spiega Zanette – è che anche questo episodio si ponga in un percorso di presa di consapevolezza di come soltanto il rispetto delle regole rappresenti, all’estero come in Italia, la vera garanzia della qualità del prodotto e, perciò, di un rapporto leale verso i consumatori”.

Sul tema è intervenuta ieri anche Teresa Bellanova, ministra delle Politiche agricole: “Bene il prezioso e centrale ruolo di vigilanza del Consorzio del Prosecco che ha immediatamente denunciato l’accaduto e messo fine – ha detto in una nota – a questa frode ai danni dei consumatori inglesi.

La lotta alla contraffazione a difesa dei nostri prodotti e l’usurpazione di nomi protetti italiani è tra le nostre priorità. Sostenere sui mercati internazionali il made in Italy, le nostre Dop, Igp e Stg è essenziale – conclude Bellanova – se vogliamo valorizzare al meglio il Made in Italy e mantenere alta la fiducia dei consumatori”.

https://www.fanpage.it – 12/02/2020

Pechino avrà un museo del vino in collaborazione con Bordeaux

Non solo Coronavirus. Dalla Cina arrivano anche notizie di nuovi importanti progetti per il vino. Le autorità cinesi hanno infatti deciso di finanziare la costruzione del museo del vino di Pechino. Una struttura – annuncia il sito britannico Decanter – di 18mila metri quadrati. Sarà chiamato “Musée Universel du Vin” e verrà aperto nel 2021.

Già il nome indica i partner del progetto che sono, ovviamente, francesi. La Cité du Vin di Bordeaux sarà infatti gemellata con il nuovo museo e ha contribuito a progettarlo.

Si prevede un costo di costruzione di circa 60 milioni di euro. Il museo sarà realizzato nel distretto di Fangshan, a circa 40 km dalla Città Proibita. L’obiettivo è quello di creare un “villaggio del vino internazionale”, realizzato quasi come una copia del villaggio di St-Emilion: una sorta di parco tematico del vino che comprenderà vigneti biologici, un hotel con Spa e ristoranti. Ci sarà uno spazio espositivo permanente di 6.700 metri quadrati, oltre a un auditorium, una cantina per vini e spazi per le aule.

Presidente e fondatore del villaggio vinicolo internazionale è l’uomo d’affari cinese Weixing Tang.

Anche se il progetto porrà particolare enfasi sui vini cinesi e francesi, saranno presenti vini provenienti da tutto il mondo,.

I funzionari sperano che il museo del vino di Pechino possa attrarre 500.000 visitatori nel suo primo anno.

www.federvini.it/estero – 10/02/2020

Robiola di Roccaverano, un formaggio che ci riporta all’epoca dei Celti

Le origini della Robiola di Roccaverano risalgono ai Celti, che iniziarono a produrre un formaggio del tutto simile a quello attuale. Non a caso, della Robiola di Roccaverano si fa menzione nelle cronache dell’anno 1000. Con l’avvento dei Romani questo formaggio assunse il nome di rubeola, dal latino ruber, termine con cui veniva indicato il colore rossastro che la crosta assumeva al termine della stagionatura. Tra l’altro, delle qualità di questo formaggio e del suo processo produttivo scrisse Plinio il Vecchio.

Nel 1899 il sacerdote Pistone scrisse i primi documenti storici contemporanei di questo formaggio nelle cronache della parrocchia di Roccaverano, in relazione al periodo compreso tra il 960 e il 1860. A quei tempi la Robiola veniva esportata in buona parte in Francia.

La prima certificazione di origine della Robiola di Roccaverano risale a livello nazionale al 1979, mentre il riconoscimento europeo è datato luglio 1996.

Si tratta di un formaggio fresco, a latte crudo, a pasta cruda e privo di crosta. Deve contenere come minimo il 50% di latte caprino, che può essere integrato con percentuali variabili di latte vaccino e/o ovino. Il latte viene portato a temperatura di 18 °C, con aggiunta di presame liquido; talvolta viene spruzzato di sale da cucina. Può essere consumato dopo il 4º giorno dalla cagliata. Le lattifere vivono allo stato brado cibandosi di erbe e sterpaglie delle colline piemontesi. Pertanto le differenze tra una Robiola e l’altra sono rilevanti: i fiori, le erbe e la flora batterica dei pascoli si trasferiscono nel formaggio.

Si presenta in forme cilindriche, di diametro tra i 10 e i 15 centimetri, con bordi arrotondati, di peso unitario mediamente tra 250 e 350 grammi. Il colore della pasta va dal bianco al paglierino scarico, al decrescere della percentuale di latte caprino. Il gusto, essenzialmente dolce, si fa più sapido nelle forme più stagionate.

La Robiola di Roccaverano è ben accompagnato da vini quali la barbera d’Asti, la barbera del Monferrato, il dolcetto di Ovada e il grignolino d’Asti. E’ Presidio Slow Food in quanto “..nel 1990 rimanevano soltanto 200 capi di capre di Roccaverano, ma ora proprio il rilancio del formaggio fatto con il loro latte ha dato l’avvio a importanti iniziative per la loro salvaguardia

www.ilvaloreitaliano.it – 05/02/2020

Sensibilità all’ossidazione dei vini: finalmente un test predittivo rapido

Fino ad ora, solo la degustazione ha permesso agli enologi di valutare la sensibilità all’ossigeno dei loro vini. “Abbiamo sviluppato il test di Tendenza all’Evoluzione per fornire una risposta concreta agli enologi che desiderano conoscere la sensibilità all’ossigeno dei loro vini e il rischio associato dell’ ossidazione”, spiega Stéphane Vidal, Vice-President Enology & WQS

Grazie ad un’analisi elettrochimica del vino effettuata con NomaSense PolyScan P200, l’enologo ottiene un’indicazione della capacità dei suoi vini di reagire con l’ossigeno per costruire una migliore resistenza o, al contrario, subire un danno ossidativo. “ll TE consente di determinare se il vino, nel suo stato attuale, è più o meno sensibile”, spiega Christine Pascal, WQS Business Unit Manager.

In generale, la sensibilità all’ossidazione di un vino cambia nel tempo e dipende dalle operazioni subite dal vino durante la vinificazione e l’invecchiamento. Il risultato del test può quindi cambiare durante il processo di vinificazione e la sua interpretazione è legata alla fase di vinificazione. “I risultati del test di Tendenza all’Evoluzione consentono di classificare i vini in 2 categorie: vino sensibile e vino insensibile. A seconda del risultato del test, gli utenti possono adattare la propria scelta dell’invecchiamento, assemblaggio e persino tappatura”, continua Christine Pascal.

“Con questo test, il nostro analizzatore di polifenoli fornisce maggiore precisione e assistenza ai viticoltori nella gestione della produzione dei loro vini. Leggi il resto di questo articolo »