Metti il vino in lattina “Era solo un test è diventato un boom”

L’idea stessa del vino in lattina, nella terra del Barolo e della Barbera, fa storcere la bocca ai puristi. Ma sui mercati americano, australiano e del Nord Europa è già una realtà. A Calamandrana, nell’Astigiano, c’è un’azienda di imbottigliamento in lattina conto terzi che produce 6 milioni di lattine l’anno (150 mila a settimana), il corrispettivo di 2 milioni di bottiglie. «La nostra Società vitivinicola piemontese si occupa di imbottigliamento da tre generazioni.

Quest’anno, con gli aiuti arrivati dal governo per il Covid, abbiamo avuto l’occasione, rara, di investire – spiegano i titolari, Massimo Lovisolo e la moglie Cristina –. Ci siamo avvicinati a questo settore con curiosità e a essere sinceri pensavamo di iniziare con piccoli lotti, ma poi il lavoro è letteralmente esploso. È un mondo grandissimo e le piccole produzioni si può dire che non esistano. La produzione minima è di tremila litri, pari a 12 mila lattine da 0,25. La media giornaliera di un nostro turno di lavoro è di 30 mila pezzi».

Gli ordini arrivano da aziende venete e friulane che esportano all’estero. Il mercato mondiale è dominato da tre colossi: la Ball (americana), la Ardagh (francese) e la Crown Holdings (inglese).

Le resistenze sembrano andare di pari passo con il timore che il prodotto perda in qualità. «È un problema culturale – dicono alla SoViPi – Questo confezionamento è considerato scadente, ma non è affatto così. Il processo di “inlattinamento” mantiene intatte le caratteristiche del prodotto. Seguiamo la stessa filiera del vino in bottiglia, cioè microfiltrazione sterile e soprattutto senza la pastorizzazione che viene fatta facendo bollire le bibite comuni che vanno in lattina».

https://www.lastampa.it – 21/09/2021

Festa dell’Uva e del Vino di Vo’

Per tre giorni, quindici cantine di Vo’ e degli altri Comuni dei Colli raccontano la storia dei Colli Euganei attraverso le loro migliori produzioni. Il territorio particolarmente vocato alla viticoltura ha dato asilo nel corso della storia a innumerevoli varietà di vitigni. Ognuna ha trovato un habitat particolare che le ha permesso di esprimersi in modi assolutamente originali.

Ma ci sono alcune varietà che rappresentano una trait d’union tra tutti i produttori euganei come ricorda Marco Calaon, il Presidente del Consorzio Vini Colli Euganei, «il Fior d’Arancio in primis, Docg dal 2011 si può degustare nella classica versione spumante, nella versione secca e in quella passita. L’uva moscato giallo con sui si produce il Fior d’Arancio è l’espressione massima della versatilità e della ricchezza dei suoli e dei microclimi euganei. Nel Fior d’Arancio si ritrovano sia le essenze mediterranee dei pendii esposti a sud che la freschezza e l’eleganza regalata dalle colline del nord».

L’anima rossa di queste vulcaniche colline è invece rappresentata dal Merlot e dai Cabernet, che troviamo nella couvee del Colli Euganei Rosso. Intorno al 1870 i Conti Corinaldi nei loro possedimenti di Lispida sono tra i primi in Italia a piantare Merlot e Cabernet per farne vino. I suoli, i climi, i microclimi euganei, l’assolazione, la conformazione stessa dell’areale e il tempo hanno conferito a queste uve caratteristiche rinvenibili solo qui.

A chiudere la passerella degli interpreti del territorio sarà poi presente il Serprino, biotipo della glera, che solo sugli Euganei fa da matrice a una bollicina sapida e minerale espressione ancora una volta di un territorio unico.

L’appuntamento per degustare questi e gli altri vini a doc e docg Colli Euganei è la Festa dell’Uva in programma dal 17 al 19 settembre 2021 in Piazza Liberazione a Vo’.

https://www.padovaoggi.it – 17/09/2021

Prosecco Docg: al via attività promozione in Australia e Norvegia

Il Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore DOCG parte per una attività di promozione all’estero e a settembre viaggerà dai due capi opposti del mondo: dall’Australia alla Norvegia. Si tratta di due mercati estremamente interessanti per la denominazione che per la prima volta sono coinvolti in attività promozionali dedicate.

Le attività si focalizzeranno sulla presentazione del prodotto e del territorio in nazioni che stanno vivendo una forte espansione commerciale per il Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore DOCG, due nuove frontiere per la promozione della nostra denominazione. Nel corso degli ultimi dieci anni è stata registrata una crescita a doppia cifra per la Norvegia 54,6% a volume e del 93,4% a valore; e addirittura a tripla per l’Australia: 355% a volume e 436,4% a valore. L’Australia è un mercato emergente per il Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore DOCG e si prospettano buone potenzialità di sviluppo, infatti, nel paese l’interesse per il vino di qualità si dimostra in aumento.

La Penisola scandinava non ha sofferto nemmeno l’anno della pandemia, riportando una crescita a volume del 54,6% e a valore del 93,4%. Questo prova l’importanza di questo mercato, considerato anche che le bollicine italiane qui detengono la più alta quota di mercato del segmento spumanti.

Gli eventi inizieranno in Australia, il primo appuntamento sarà proprio lunedì 13 settembre a Brisbane. Dopo la tappa di Brisbane il Consorzio di Tutela sarà presente anche a Melbourne e Sydney con la stessa modalità di proposta. A una settimana di distanza si cambia emisfero per raggiungere la Norvegia: il 20 settembre a Bergen, dove si proporrà una masterclass di approfondimento sul Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore DOCG, rivolta agli operatori della ristorazione e il 21 settembre a Oslo, dove si ripeterà l’esperienza della masterclass di Bergen per un pubblico non solo di operatori ma anche di giornalisti del settore vino. Il 28 settembre il tour norvegese si chiuderà con una masterclass virtuale.

https://www.askanews.it – 13/09/2021

Vino: da quest’anno si studierà anche a scuola

Il vino diventa materia di studio a scuola. Parte dalle “Donne del Vino” l’innovativo progetto che da quest’anno scolastico porterà il mondo e la tradizione della viticoltura italiana nel piano formativo di alcuni istituti alberghieri e turistici di tre regioni pilota italiane: Sicilia, Piemonte ed Emilia Romagna.

Ieri l’annuncio alla ViniMilo 2021 è stato dato da Roberta Urso, delegata per la Sicilia delle Donne del Vino, associazione nazionale, nata nel 1988, che riunisce un migliaio di tesserate fra produttrici, ristoratrici, enotecarie, sommelier e giornaliste esperte del settore con l’obiettivo di diffondere la cultura e la conoscenza del vino attraverso la formazione e la valorizzazione della donna nel settore vitivinicolo. In Sicilia il progetto riguarderà gli istituti di Randazzo (Istituto Enrico Medi), Erice (Istituto Ignazio Florio) e Bisacquino (Istituto Di Vincenti).

“Abbiamo scoperto con grande stupore – spiega Roberta Urso – che in Italia negli istituti tecnici per il turismo e negli alberghieri il vino non è materia didattica come in quegli agrari. Una lacuna enorme se consideriamo la crescente richiesta di professionalità da parte delle cantine, dei ristoranti, dei distretti turistici e delle Strade del vino. Per questo abbiamo deciso di formare le nuove generazioni con lezioni dinamiche e non solo frontali che cureranno aspetti come la mescita, la lettura dell’etichetta, il dialogo con produttori ed enoturisti: un racconto reale anche con visite in azienda su come si lavora in vigna e in cantina.

Per i minori ci limiteremo alla parte visiva e olfattiva, mentre i maggiorenni potranno anche accedere alla parte degustativa”. La notizia è stata particolarmente apprezzata dal sindaco di Milo, Alfio Cosentino, che ha sottolineato come “ancora una volta ViniMilo si dimostra una piazza strategica per il confronto, lo sviluppo e la crescita culturale di comunità e territori non solo in Sicilia”.

https://www.ansa.it – 09/09/2021

Dopo il vino affinato in mare arriva anche l’orto subacqueo

L’agricoltura è tra i settori più sensibili al cambiamento climatico: l’approvvigionamento idrico, per esempio, è fondamentale per sostenere la produzione agricola e garantire una quantità necessaria a sostenere la crescente popolazione mondiale. Ma la scarsità d’acqua è ormai un problema mondiale e l’intero settore si ritrova ad affrontare una nuova sfida. Secondo l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura, infatti, nei prossimi 20-30 anni il mondo avrà bisogno del 50% in più di cibo, del 45% in più di energia e del 30% più di acqua per sostenere una popolazione globale prevista di 9 miliardi e più. In questo scenario, Sergio Gamberini – presidente dell’azienda produttrice di attrezzature subacquee Ocean Reef – ha pensato di provare a capire se le piante potessero vivere sottacqua. Così, nel 2013, ha creato il primo habitat a quaranta metri dalla costa di Noli, in Liguria, scegliendo il basilico come iniziale esperimento. I semi diedero i primi germogli già dopo 48 ore, lasciando intuire che fosse possibile una vita sotto la superficie del mare.

Come funziona il Giardino di Nemo? Ancorate sul fondo marino di Noli, tra i sei e i dieci metri di profondità, le biosfere trasparenti appaiono come una sorta di grandi meduse. Con un diametro di due metri ciascuna, ogni cupola può ospitare una massimo di cento piante e al suo interno è ricreato un microclima adatto e costantemente monitorato. Il sistema, interamente ecosostenibile, è alimentato da pannelli solari e pale eoliche che assicurano l’energia necessaria. Nell’agricoltura idroponica le piante vengono coltivate in una soluzione ricca di sostanze nutritive anziché nel terreno, in questo modo acqua e minerali arrivano direttamente alle radici. Inoltre la luce che raggiunge le biosfere è sufficiente per la fotosintesi, favorisce l’evaporazione dell’acqua e scalda l’aria all’interno; questo provoca la condensazione dell’umidità sulle pareti più fresche a contatto con l’acqua esterna e l’ottenimento di acqua dolce che permette la crescita delle piante. Leggi il resto di questo articolo »

Fresco di Masi, il vino pensato per i consumatori di domani

Quando le cantine italiane hanno cominciato a far arrivare i propri vini in Cina hanno commesso l’errore di considerare come pubblico di riferimento quello dei cinquantenni e dei sessantenni. Una più attenta analisi di mercato ha permesso di comprendere che non era quello il pubblico interessato alle etichette italiane. In Cina e in generale nel Far East i potenziali acquirenti si trovavano e si trovano tra i 20 e i 30-35 anni. Questo ragionamento comincia a fare presa anche nel mercato interno, le cantine più lungimiranti si rivolgono già alla cosiddetta “Generazione Z”, che raccoglie i giovani nati dal 1997 fino al 2010 e che segue l’ormai mitica generazione dei “Millennials”. E’ pensando alla “Generazione Z”, ma soprattutto ai consumatori di domani, che la cantina veronese Masi Agricola ha creato “Fresco di Masi”. Se non ci fosse stato il Covid, i due vini biologici (bianco e rosso) sarebbero stati presentati nei padiglioni del Vinitaly, in primavera. La presentazione, invece, è stata affidata in primavera a una delle ultime degustazioni online. Formula che di certo non rimpiangiamo ma che ha permesso, soprattutto nel 2020 e poi in parte nel 2021 di tenere il collegamento con le cantine.

L’idea della creazione di due vini biologici non era recente, ma la pandemia ha dato un contributo e velocizzato la realizzazione. Si tratta di due etichette che si ispirano a valori che oggi consideriamo imprescindibili, come l’autenticità, la sostenibilità. Parole che sono diventate un mantra per la Generazione Z. Raffaele Boscaini, responsabile del gruppo tecnico e settima generazione della famiglia alla guida della storica cantina veronese, ha ben riassunto lo spirito con cui questi vini sono nati: “Guardiamo ai consumatori di domani, a cui proponiamo un prodotto sostenibile. E’ una produzione ‘per sottrazione’ che minimizza l’intervento dell’uomo sulla natura, un ritorno alle origini e alla ricerca dell’essenza del vino”. Il prodotto è coerente, dal nome utilizzato, “Fresco”, dal vetro, più chiaro, al packaging. Come ha spiegato Boscaini, sono “vini sinceri, all’insegna della genuinità, semplici come una volta, ma buoni come ci si aspetta oggi”.

Fresco di Masi Rosso Verona igt nasce con uve locali, con un 70 per cento di Corvina. E poi con un 30 per cento di Merlot. Fresco di Masi Bianco Verona igt, invece, parte anche in questo caso da un vitigno locale, la Garganega (60 per cento). Poi Chardonnay e Pinot Grigio, con percentuali diverse a seconda dell’annata.

https://corrieredelveneto.corriere.it – 04/09/2021

Quanta uva serve per fare una bottiglia di vino?

Per calcolare quanta uva occorre per ottenere una bottiglia di vino bisogna prima risalire al perché le bottiglie abbiano quasi tutte una capacità di 75 cl…

Una bottiglia di vino da 0,75 litri (la dimensione più diffusa) richiede in media 1,2 kg d’uva. Sul perché poi si utilizzi proprio questa misura di bottiglia esistono varie teorie. La prima è fisica: sembra che tutto dipendesse dalla forza polmonare degli antichi soffiatori di vetro, che in media, con un unico fiato, riuscivano a creare bottiglie di tale capacità.

La seconda deriva dal commercio: infatti gli inglesi, che ancora oggi misurano il volume in galloni, riguardo a questioni di tasse portuali e costi di trasporto consideravano che una cassa di vino poteva contenere al massimo 2 galloni, e ciascuna cassa poteva ospitare 12 bottiglie. 1 gallone equivale a 4,5 litri, 2 galloni 9 litri, divisi in 12 bottiglie 0,75 litri ciascuna.

Secondo un’altra teoria, invece, questa particolare unità di misura viene utilizzata perché una bottiglia da 0,75 contiene esattamente 6 bicchieri da 125 ml utilizzati nelle osterie. In questo modo gli osti potevano calcolare più facilmente quante bottiglie sarebbero servite ai clienti in base al loro numero. La scelta del vetro risale al XVIII secolo, quando si iniziò a capire l’importanza per il gusto di conservare il vino in questo materiale.

https://www.focus.it – 14/08/2021

L’estate 2021 si tinge di rosé

Per anni snobbato, soprattutto dagli intenditori, questa stagione il vino in rosa si prende la propria rivincita comparendo sempre più spesso sulle tavole degli italiani. I puristi si affideranno a delle bottiglie e made in France, mentre chi crede nel nostro Bel Paese sperimenterà le varietà qui prodotte. L’importante è dare una chance a questo trend che di certo vi conquisterà.

Polemica c’è attorno alla creazione Prosecco Rosé, i produttori del Territorio dell’ Asolo Prosecco DOCG hanno addirittura scritto una lettera aperta per opporsi alla creazione di un “Prosecco Doc Rosé”, tante le ragioni reali dalla necessità di impiantare nuovi vitigni alla mancanza di tradizione.

Polemica o no, fatto sta che le bollicine rosé vanno per la maggiore soprattutto tra noi ragazze. Bellussi crea una bottiglia di forte impatto, nera con etichetta fucsia, per il proprio Prosecco Doc Rosé Brut ottenuto da una selezione di uve Glera e Pinot Noir mentre il Montelvini Prosec Doc Rosé Treviso caratterizzato da sentori di fiori e frutta bianca con note di frutta rossa.

Chi ama i francesi dovrà provare il Perle Rosé di Artur Metz punta tutto su un perlage cremoso, mentre dalla Sicilia arriva il Frappato Spumante Santa Tresa un vino biologico che è un brindisi all’estate.

https://www.iodonna.it – 11/08/2021

La decennale maturazione del Vino Santo Trentino

Nella valle dell’Adige, collegata al Garda da un’antica via romana che percorre interamente la valle dei Laghi, un’area caratterizzata da clima mite, si coltiva la nosiola, un vitigno autoctono da cui si ricava il Vino Santo Trentino DOC , da non confondersi col Vin Santo toscano. La zona di produzione è limitata alle valli a sud di Trento, fino alla sponda nord del Lago di Garda; soltanto il 10% dei vigneti di nosiola della Valle dei Laghi è idoneo per l’appassimento, poco più di 10 ettari in tutto.

Per produrre questa perla enologica si raccolgono grappoli spargoli cioè con pochi acini in alcuni vecchi vigneti posti in appezzamenti specifici che permettono un appassimento lunghissimo. I grappoli ben maturi, dopo essere stati raccolti in vendemmia tardiva, sono stesi su graticci detti “arele” e collocati sulle soffitte. La costante ventilazione è garantita tutto l’anno dalla cosiddetta “ora del Garda”, un caratteristico venticello che soffia dal vicino lago e dal vento delle Dolomiti di Brenta.

L’appassimento si protrae per oltre cinque o sei mesi, fino alla Settimana Santa (da qui il nome che prende il vino), periodo in cui si svolge la pressatura. La muffa nobile (Botrytis cinerea) che si sviluppa all’interno dell’acino ne accentua la disidratazione: l’azione combinata del tempo e del vento, provoca un calo dell’80%, il che significa che da 100 chili di uva nosiola si ottengono tra i 15 ed i 18 litri di mosto di Vino Santo.

Successivamente si avvia la fermentazione in botte piccole di rovere francese Leggi il resto di questo articolo »

La “ombra” di bianco del 1° agosto

Si narra che la regina d’Ungheria lungo il viaggio da Venezia a Padova si ammalò di febbre malarica quando attraversò le campagne alle porte di Treviso, all’epoca paludi e terre non ancora bonificate. Nonostante le cure di alcune monache, la febbre continuò a salire facendo temere per la vita della regina malata. La mattina dell’1 agosto di una data incerta, quando ogni speranza era ormai perduta, la badessa del convento che ospitava l’illustre personaggio decise di rischiare il tutto per tutto e scendendo in cantina spillò una caraffa di mosto di vino bianco fermentato di uva Sant’Anna che fece bere fino all’ultima goccia alla Regina ormai in punto di morte. Sia stato il vino o solo il fato, la febbre sparì.

Da quei giorni, dalla datazione incerta , divenne presto “tradizione” il bere un’ombra di bianco il mattino del primo Agosto, appena desti e prima d’intraprendere le attività giornaliere per scacciare le febbri e i malanni e, cosa affatto rara allora nei campi, i morsi dei serpenti .Siamo nel pieno dell’estate e della canicola ( 24 luglio/26 agosto) ed in attesa delle piogge ristoratrici – pioggia d’agosto rinfresca il bosco, recita il proverbio – la campagna è riarsa, preda d’ogni sorta di ronzanti zanzare, allupate dalle temperature e dal sentore della loro imminente fine, dedite a pungere incessantemente uomini ed animali provocando febbri e dolorose dermatiti . Quel rito taumaturgico, panacea contro il solleone che minava le forze ai contadini impegnati nella mietitura e nella raccolta dei frutti di stagione, si è ripetuto stamane sull’ Ultimo Miglio, lungo l’Ostiglia, dove al vecchio casello di strada dell’Aeroporto, là dove inizia, si son dati appuntamento i residenti della contrada Moncia per augurarsi, calici levati, salute e prosperità.

A mescere i calici di bianco i titolari del Ristoro omonimo aperto poco tempo fa che han ridato nuova vita al vecchio casello rimasto orfano del suo ultimo casellante, Egidio Cecchetto, uno dei 4 moschettieri artefici del restauro del settecentesco capitello dedicato al Santissimo Nome di Maria che sorge lì accanto, meta non solo di devozione ma anche di salutare sosta per i viandanti della “Strada del Respiro”, questo il soprannome della ciclopedonale Ostiglia, immersi nel refrigerio del suo bosco lineare che la cinge da ambo i lati. Un brindisi , quello della contrada Moncia, d’auspicio per tutti affinché abbia a cessare il prima possibile questa pandemia che ci affligge da ormai troppo tempo.

https://www.trevisotoday.it – 01/08/2021