Un “Museo del Vino”, a Verona.

L’assessore regionale all’agricoltura di Regione Veneto, Federico Caner, è intervenuto, il 3 maggio, in videoconferenza, alla presentazione del progetto, del resto, già a buon punto di elaborazione, per un “Museo del Vino”, a Verona”.

Un Museo, che, ad iniziativa del consigliere regionale Enrico Corsi, dovrebbe prendere radice, nelle ex Gallerie Mercatali – ex capannoni dell’ex Mercato Ortofrutticolo – e consacrare Verona, quale Capitale Europea del Vino.

Detta presentazione si è tenuta, nel centrale Palazzo della Gran Guardia, presenti il sottosegretario all’agricoltura, Gian Marco Centinaio, e il sindaco di Verona, Federico Sboarina.  Caner: “Un’iniziativa di grande pregio, che va nella direzione auspicata dalla nostra Regione.

Nella legge regionale, che istituisce le Strade del vino, il Veneto ha incluso i musei, come strumento di promozione dell’offerta turistica integrata del territorio e della valorizzazione della cultura materiale della vite e del vino, espressa dalle sue comunità locali.

La legge coglie in pieno il significato del sistema vitivinicolo veneto, frutto di storia, territorio e sapere umano, che ha saputo, e continua a coniugare, tradizione e innovazione, per poter diventare il primo sistema produttivo, in Italia e tra i primi sistemi al mondo”

https://www.veronaeconomia.it – 03/05/2021

Basta mettere un bicchiere di vino nella carne per allungarci la vita

Il vino è una bevanda che, se assunta con moderazione, può portare molti effetti benefici all’organismo. È, infatti, in grado di ridurre l’invecchiamento della pelle, abbassare il livello di colesterolo e combattere l’osteoporosi.

Quello che forse pochi di noi sapevano fino ad oggi, però, è che è estremamente salutare se utilizzato come ingrediente per marinare la carne.

Ecco, perché basta mettere un bicchiere di vino nella carne per allungarci la vita e ottenere questi incredibili e insperati benefici.

Un’arma contro i tumori
Qualcuno di noi, in qualche occasione, avrà sicuramente messo le bistecche in una bacinella con del buon vino rosso per insaporirle prima della cottura. Mai scelta fu più azzeccata.

Infatti, mentre la carne rossa cuoce, produce un sacco di agenti potenzialmente cancerogeni per l’uomo. Fare una buona marinatura nel vino ci permetterà di eliminare la maggior parte di queste sostanze (fino al 90%). Abbasseremo così notevolmente il rischio di contrarre tumori e malattie potenzialmente letali per noi.

Come fare per ridurre il rischio
Tutto ciò che dobbiamo fare è preparare una bacinella con un bicchiere di vino rosso, un goccio di olio di oliva e le spezie che preferiamo. Mettiamo quindi la carne a marinare prima della cottura, lasciandola in frigo per almeno 6 ore. Quando la metteremo in padella a cuocere, il vino assorbito contrasterà la conversione in sostanze cancerogene di zuccheri e aminoacidi.

Ecco, dunque, perché basta mettere un bicchiere di vino nella carne per allungarci la vita e ottenere questi incredibili e insperati benefici.

Un consiglio per la marinatura al vino rosso
Il vino rosso è sicuramente più indicato in certe occasioni e per marinare determinati tipi di carne. Ad esempio, è perfetto per la saporitissima carne di maiale, in tutti i suoi tagli. Ma anche per dare un po’ di vivacità in più al brasato o alla nostra grigliata.

Una volta versato, non ci resta che impreziosire la marinatura mettendo le erbe aromatiche che più ci piacciono ed aggiungere la nostra carne.

https://www.proiezionidiborsa.it – 02/05/2021

Vini autoctoni del Quarnero: categoria da tutelare

Grazie all’ottima sinergia tra la Regione litoraneo-montana e l’Università di Fiume, ieri è stato firmato a Castua un contratto con il quale si rinnova la collaborazione del progetto “Caratterizzazione delle specie autoctone dei vini del Quarnero”. Il documento è stato consegnato alla rettrice Snježana Prijić Samaržija dal presidente della Regione, Zlatko Komadina. “Questa collaborazione è per noi molto importante – ha detto Snježana Prijić Samaržija –.

Dopo tre anni continuiamo a portare avanti questo valido progetto grazie al quale sono visibili già i primi risultati. Infatti, la Belica, il vino autoctono di Castua, da quello definito da tavola è diventato prestigioso”. Castua è una città con una ricca storia, che vanta pure una lunga tradizione nella vinicoltura, come detto da Komadina. “È nostra intenzione tutelare e salvaguardare tutte le specie autoctone, affinché questa bellissima storia non venga dimenticata”, ha dichiarato.

L’enologo Tomislav Pavlešić ha voluto sottolineare che la nostra Regione dispone di vigneti che si estendono su una superficie massima di 200 ettari. “Il 90 per cento di questi sono specie autoctone, come la Žlahtina, la Belica e il Sansigot. Anche se le quantità prodotte sono relativamente piccole, tutti questi vini hanno ottenuto il certificato di alta qualità. Nei nostri laboratori abbiamo quindi creato una base di dati grazie alla quale queste specie sono ora protette e non possono venir ‘falsificate’, in quanto si potranno degustare soltanto nelle zone di produzione”, ha detto Tomislav Pavlešić.

La Regione finanzia il progetto (2019-2021) con 300mila kune, ovvero 100mila all’anno. Presente all’evento anche il f.f. di capodipartmento cittadino per il turismo, l’imprenditoria e lo sviluppo rurale, Mladen Brajan.

https://lavoce.hr – 29/04/2021

Il vino cotto, preparazione e credenze popolari

Il vino cotto è un tipico prodotto alimentare della regione Marche. Viene prodotto anche nelle zone collinari anconetane.  L’uva viene pigiata, il mosto viene messo in una pentola di rame (caldaro) nel quale viene inserito anche un elemento in ferro: questo, secondo la tradizione, impedisce al rame di fondersi nella cottura. Quando il mosto, a causa del calore, si riduce di circa la metà, si aggiunge (facoltativo) una mela cotogna.
Raffreddato, il mosto viene poi fatto fermentare in botti filiformi e poi aggiunto al vino cotto negli anni precedenti.

Il vino cotto, preparazione e credenze popolari
„Secondo quanto riportato nel portale “Il giornale del cibo”, nell’antichità si usava cospargere i neonati con il vino cotto, credendo di donare al piccolo la forza per affrontare la vita. Nello stesso giorno gli si regalava un barile di vino cotto, che il piccolo avrebbe dovuto aprire il giorno del suo matrimonio. Questo prodotto si usava anche per lavare il corpo di un defunto, perché si credeva che potesse tenere lontano gli spiriti maligni. “

www.anconatoday.it – 21/04/2021

Vini Santa Margherita: Così il lockdown ha cambiato i mercati

L’emergenza Covid e la prolungata chiusura di bar e ristoranti hanno privato il mondo del vino non solo di un fondamentale canale di sbocco ma anche di una delle principali leve di marketing. In questi mesi è emerso in maniera evidente come negli anni le cantine italiane abbiano in gran parte delegato a ristoranti e sommelier il fondamentale ruolo di creazione del valore.
E se da un lato mediante la grande distribuzione e l’universo delle vendite online è stato possibile compensare, almeno in parte, il crollo delle vendite nel canale horeca (bar, enoteche, ristoranti), sotto il profilo del marketing è rimasto invece un vuoto che va ora colmato e la cui soluzione non può essere affidata alla sola auspicabile riapertura.

È in questa direzione che si sta ad esempio muovendo il Gruppo vinicolo Santa Margherita, azienda che fa capo alla famiglia Marzotto da oltre 172 milioni di euro di fatturato e 22 milioni di bottiglie vendute, stabilmente tra le prime dieci cantine italiane. Il gruppo raccoglie diverse marchi: Ca’ del Bosco, Kettmeir, Lamole di Lamole, Vistarenni, Sassoregale, Terrelìade, Mesa e Torresella.

«Il 2020 è stato un anno complesso – spiega l’ad del Gruppo vinicolo Santa Margherita, Beniamino Garofalo – il fatturato è calato dell’8,8% ma l’Ebitda è passato da 55 a 58 milioni. Ci ha aiutato essere presenti in molti paesi. Siamo andati bene in Nordamerica dove l’horeca pesa per il 15% e meno bene in Europa dove bar e ristoranti coprono in media il 50% del mercato. Ma soprattutto sono emerse tendenze nuove che difficilmente scompariranno».

È esploso l’e-commerce e la tendenza dei consumatori a rivolgersi alle piattaforme online; Leggi il resto di questo articolo »

Scegliere il vino senza essere esperti

Poi arriva il momento in cui ti invitano a cena e butti lì da incosciente “okay, al vino ci penso io”. Salvo non sapere cosa mangerete e quindi di fatto brancolare nel buio. Per questa specifica ed “estrema” eventualità la soluzione più saggia è un Metodo Classico: le bollicine sono come i blue jeans, stanno bene con tutto e non passano mai di moda. Se poi si scopre che in tavola c’è lo stracotto d’asina o i bolliti misti, potrete sempre dire che lo spumante è per gli aperitivi.

Scherzi a parte. La scelta del vino è un momento fortemente rivelatore (uno dei tanti!) dell’indole umana. Provate ad osservare l’acquirente dubbioso al supermercato, io l’ho fatto: nove volte su dieci toglie dallo scaffale una bottiglia costosa, la osserva, finge di leggere l’etichetta e poi la ripone. Quindi fa lo stesso con un vino di fascia bassa (parlo del prezzo ovviamente). Il ragionamento è basico: questa costa troppo, questa troppo poco quindi è scadente. E alla fine compra la via di mezzo, convinto di aver fatto l’affare, ma non avendone alcuna certezza. Perché il rapporto qualità-prezzo nel vino è materia evoluta, dunque la prima cosa di cui “dotarsi” sarebbe un amico che lavori in un’enoteca o in un ristorante, un vignaiolo, un sommelier, insomma un vero esperto con il quale instaurare un rapporto fiduciario, per ottenere la dritta giusta in ogni occasione: la cenetta romantica, l’invito con la moglie a casa di amici, il pranzo di Natale e la “magnata” a casa di un compagno di squadra del calcetto.

Il vino non si acquista però solo per abbinarlo a un cibo predefinito, anzi, può essere interessante fare l’esatto contrario: prendere una bottiglia dallo scaffale per mera curiosità e poi riflettere sulla preparazione a cui sposarla. Avendo presente alcuni cardini fondamentali, che per la persona curiosa sono quasi spontanei, ma per altri (magari abbacinati dalla bella etichetta) assolutamente no.

Due terzi di quello che c’è da sapere sul vino sta sulla retro-etichetta. E quel che manca oggi avete comunque la fortuna di trovarlo Leggi il resto di questo articolo »

Rudy Kurniawan espulso dagli Stati Uniti: storia del più leggendario falsario di vini di sempre

Prima di essere estradato dagli Stati Uniti all’Indonesia Rudy Kurniawan, il più grande falsario al mondo di vini rari, ha litigato con la polizia: voleva un posto in business class nel volo che lo stava riportando verso casa. Dopo aver scontato 7 anni di prigione, al termine di una carriera costellata di bugie, Rudy pensava di essere tornato agli anni in cui girava su una Lamborghini, comprando e vendendo bottiglie per milioni di dollari. Era riuscito ad ingannare tutti, fino a quando, in un crescente delirio di onnipotenza, aveva piazzato bottiglie di un vino della Borgogna delle annate dal 1945 al 1966: un vino inesistente, perché la prima vendemmia risaliva al 1982.

Si era fatto conoscere acquistando costose casse alle aste. Era diventato una celebrità nel mondo del vino, pieno di illusioni e di creduloni che diventano collezionisti. A casa aveva una «cantina magica», così la chiamava: si procurava vecchie bottiglie e le riempiva di rosso da pochi soldi, dopo aver falsificato etichette e tappi. Rudy Kurniawan è stato l’incarnazione dell’inganno. Tutto di lui non rispondeva al vero. Neppure il nome, che ha preso a prestito da una star indonesiana di badminton. Quando negli anni 90 arrivò negli Stati Uniti con un visto da studente, nascose il suo vero nome: Zhen Wang Huang. Una fandonia anche le sue origini: non è il figlio di una ricca famiglia di commercianti asiatici, il suo indirizzo in Indonesia corrisponde a un modesto negozio di ferramenta. I genitori vendevano birra. Il miliardario-velista Bill Koch, che ha acquistato bottiglie taroccate da Rudy-Zhen per 4 milioni di dollari, ha scoperto che due zii del falsario hanno frodato alcune banche indonesiane per centinaia di milioni di dollari. Una parte di quei soldi sono stati forse usati per accreditarsi come un facoltoso ed estroverso collezionista di vini. Un’operazione riuscita: l’imperatore della critica enologica, Robert Parker, lo definì «un uomo molto dolce e generoso» (lo ha ricordato sul «New Yorker» Bianca Bosker, l’autrice del libro Cork Dork).

Come tutti i funamboli delle truffe, Leggi il resto di questo articolo »

Rimini non è solo mare: con la Rebola parte l’enoturismo nel territorio

E’ giunto a termine il percorso iniziato nel giugno 2020 dal coordinatore del Comitato Rimini Doc nonché presidente della Strada dei vini e dei sapori dei Colli di Rimini, Sandro Santini, per valorizzare il territorio riminese tramite il driver enologico della Rebola.

Il mondo del vino della zona riminese è pronto per il salto di qualità e alcune esperienze imprenditoriali hanno già imboccato in modo autonomo questa strada con successi di vendita e riconoscimenti importanti.

Quindici i produttori che hanno aderito al progetto: Tenuta Santini, Agricola i Muretti, Ca’ Perdicchi, Cantina Fiammetta, Cantina Franco Galli, Enio Ottaviani, Fattoria del Piccione, Fattoria Poggio san Martino, Pastocchi, Podere dell’Angelo, Podere Vecciano, Santa Lucia Vinery, San Rocco, San Valentino, Tenuta Saiano.

È la prima volta che i produttori riminesi con riferimento il Comitato Rimini Doc, emanazione del Consorzio Vini di Romagna, operano in modo coordinato per un progetto di comunicazione e marketing che vede al centro il territorio prefiggendosi di colpire il target di consumatori vocato all’enoturismo.

Il progetto mira a posizionare la Rebola riminese in fasce di eccellenza nel panorama enologico regionale e nazionale, grazie al lavoro svolto dai produttori che sono riusciti nel tempo a caratterizzare in modo qualitativo il prodotto derivato dal vitigno Grechetto gentile.

«In primo luogo una valorizzazione del territorio – dichiara Sandro Santini, coordinatore del Comitato Rimini Doc che si avvale organizzativamente della Strada dei vini e dei Sapori dei Colli di Rimini come braccio operative Leggi il resto di questo articolo »

Il Catarratto? Un vitigno con un potenziale inimmaginabile

Che il Catarratto sia sempre stato un vitigno sottovalutato lo sanno bene i nostri enologi e gli esperti del vino. Ma adesso a dirlo è perfino il New York Times. Nella speciale classifica dei venti migliori vini al mondo sotto i 20 euro, l’esperto enogastronomico americano Eric Asimov, inserisce proprio il Catarratto dell’Azienda vinicola Feudo Montoni di Cammarata, in provincia di Agrigento.

Nell’articolo del NYT Asimov scrive: «Il Catarratto è forse l’uva bianca più coltivata in Sicilia, ma non ha una grande reputazione. Era ampiamente usato nel Marsala, un vino liquoroso dolce, insieme a molti bianchi economici. Ma se fosse stato coltivato coscienziosamente e prodotto con cura? Avrebbe un potenziale inimmaginabile?». E le potenzialità del Catarratto le conoscono bene i nostri enologici, soprattuto le nuove generazioni.

Nella seconda parte Asimov si sofferma sul vino prodotto dalla cantina agrigentina, aggiungendo: «Non definirei questo vino una rivelazione. Ma Feudo Montoni coltiva biologicamente nella Sicilia centrale e produce una manciata di ottimi vini, e direi che questa è una bella resa: secca, vivace e profondamente erbacea. Perfetto da bere in abbinamento con pesci delicati e crostacei»

Il Catarratto è un vitigno a bacca bianca diffuso prevalentemente nella provincia di Trapani, ma il famoso critico enogastronomico l’ha dovuto trovare al di fuori della nostra provincia. A questo punto, la sfida per le cantine del trapanese è stata lanciata.

www.tp24.it – 03/042021

Vin Mariani: il vino alla cocaina amato dai Papi

Vin Mariani: quando la messa diventa rave e i Papi D.J. Prima che la cocaina diventasse una piaga dei broker di Wall Street degli anni ’80, e dei figli di papà (o del Papa), era solo un modo per aggiungere un po’ di carburante alle attività quotidiane. I prodotti contenenti i principi attivi della coca sono stati trovati in tonici, bibite e persino alimenti per bambini.

Si chiama Vin Mariani ed è nato da un’idea del chimico ed enologo francese Angelo Mariani. Tra la metà e la fine del 1800, la bevanda era ampiamente diffusa in Francia, negli USA e in Italia. Si diceva che sia Papa Leone XIII che Papa Pio X ne fossero entusiasti bevitori. Papa Leone era così entusiasta che ha portato, la devozione per questo vino, a fare un ulteriore passo avanti. Il Papa approvò pubblicamente questo vino, inventando apparentemente un premio “medaglia d’oro” “in riconoscimento dei benefici ricevuti” da Vin Mariani. Forse era così fatto che ha iniziato a distribuire onori inesistenti. Nel 1863 Mariani non contento di questa semplice miscela, aggiunse un po’ di brandy e un po ‘di dolcificante, perché ciò di cui una bevanda a base di cocaina ha davvero bisogno è lo zucchero. Cosi le visioni celestiali aumentavano smisuratamente.

Vin tonique Mariani à la Coca de Pérou aveva 6 milligrammi di cocaina per oncia. Il che ha rappresentato un problema quando Angelo Mariani ha voluto portarlo in America. Il paese era abituato a bevande alla coca che confezionavano ancora più di un pugno a 10 milligrammi l’oncia, quindi Mariani ha aumentato la sua potenza per rimanere competitivo. Oltre alla coppia di papi, il cocktail di cocaina di Mariani ha conquistato Ulysses S. Grant, Thomas Edison e Jules Verne, tra gli altri. Quindi: dove si trova questo vino? Chiedo per un amico.

www.periodicodaily.com – 28/03/2021