Il Pignoletto diventa Doc Emilia Romagna

Il Pignoletto diventerà, a disciplinare approvato, l’unica tipologia della Doc Emilia Romagna, grazie alla condivisioni di obiettivi tra il Consorzio Pignoletto Emilia-Romagna, Regione Emilia-Romagna e Ministero delle Politiche Agricole.

Un progetto che sancirà la tutela europea di quella che è la seconda denominazione enologica più importante della Regione dopo il Lambrusco e che, con 14 milioni di bottiglie, rappresenta un’importantissima fonte di reddito per i viticoltori del territorio.

“Con il voto assembleare si definisce un percorso intrapreso da tempo con gli Enti preposti, che legittima e riconosce il vino che unisce l’Emilia alla Romagna, mantenendo inalterato il territorio, come oggi, a tutela dei suoi produttori. Il Pignoletto rappresenta il vino che negli ultimi anni ha registrato i trend più importanti di crescita a livello nazionale e che al momento, nonostante la pandemia, ha fatto registrare una crescita del 10% nelle vendite in Gdo nel primo semestre” sottolinea Carlo Piccinini, Presidente del Consorzio Pignoletto Emilia-Romagna.”

Dal 2021, quindi, il nome “Pignoletto” si affiancherà, in modo esclusivo, al riferimento geografico dell’Emilia-Romagna. Una protezione comunitaria legata al territorio regionale che consentirà a questo vino di avere un riconoscimento ancora più importante sia a livello nazionale che internazionale.

Con questa proposta, all’apice della piramide qualitativa troveremo la Docg Colli Bolognesi Pignoletto, Leggi il resto di questo articolo »

Degustazione di vino online, gli incontri digitali sono il futuro dei viticoltori

Con una scatola degna di un brand di alta moda è iniziata la mia prima degustazione online, tendenza obbligata in un anno funestato dalla pandemia, che ha affondato la tradizionale visita in cantina in favore di tour interattivi. Tre bottiglie del kit Masterclass Prosecco di Villa Sandi, la cui proposta include anche i kit per l’Esperienza Opere, per l’Esperienza Superiore e per quella Classica (prezzi da 25 a 58 euro), spedite a domicilio come mossa preventiva dell’incontro con le guide che, a differenza del solito programma, in questo caso vanno oltre il vino e spaziano tra arte, storia e territorio.

L’azienda vitivinicola della famiglia Moretti Polegato, che conta su cinque tenute tra Veneto e Friuli Venezia Giulia per un totale superiore ai 160 ettari, vanta una delle più belle cantine d’Italia (punto a favore della visita in loco rispetto a quella interattiva, e su questo non c’è margine di discussione), poiché la sede sorge nel complesso palladiano eretto nel 1622 ai piedi delle colline trevigiane, tra le zone DOCG del Prosecco di Valdobbiadene e quella DOC dei vini del Montello.

Concordato giorno e orario della degustazione via Zoom, che si aggira sui 50-60 minuti con un massimo di cinque partecipanti, si parte con la conoscenza virtuale di Lisa, sommelier e guida del giro virtuale che si apre con la discesa nelle gallerie, un percorso di 1,4 chilometri che passa in rassegna le circa 1,5 milioni di bottiglie (la produzione annuale oscilla sulle 5 milioni di bottiglie) realizzate con Metodo Classico, oltre ai vini bianchi e rossi che affinano in acciaio e barrique.

Nonostante la distanza, la sedia e il tavolo di casa che contrastano con i mancati ed immaginati sentori scaturiti dalle spiegazioni di Lisa, l’abilità e la velocità della sommelier mantiene alta l’attenzione, che invece cala quando si ritorna in superficie per scoprire la Villa dopo la visione di un plastico che raggruppa i vigneti dell’azienda. Cambia la guida, cambia il tema e il racconto fila via (troppo) veloce, anche per rispettare la tabella di marcia e arrivare all’atto finale: si tenta un sincronismo nell’apertura delle bottiglie e preparazione dei bicchieri (che siano adeguati ai vini del kit è un dovere dei visitatori da casa) che viene a mancare per l’abitudine di Lisa a stappare bottiglie e preparare la tavola per la degustazione.

Prima dei brindisi digitali scopro che Leggi il resto di questo articolo »

I vini rosati, versatili e profumati: abbinali a pesce o verdure

L’arrivo dell’estate è un’ottima occasione per parlare di alcuni dei vini protagonisti indiscussi di questa stagione: i rosati.

In Italia non è possibile produrli mescolando vini rossi e bianchi se non con un’unica eccezione: gli spumanti metodo classico, che possono essere prodotti sia a partire da vini base vinificati in rosato che da cuvée che includono vini base sia bianchi sia rossi. In tutti gli altri casi i vini rosati si ottengono partendo da uve a bacca nera, lasciando il mosto a contatto con le bucce per tempi molto limitati, in modo che solamente una parte del colore venga ceduta dall’uva al mosto.

Vengono anche chiamati “vini di una notte o vini di un giorno” in base a quanto tempo il mosto viene lasciato a contatto con le bucce; con 6-12 ore si parla di “vino di una notte” mentre con circa 24 ore “vino di un giorno”, contraddistinto da un colore rosato più intenso perché rimane più a lungo a contatto con le bucce.

Per quanto riguarda l’abbinamento con i cibi, i vini rosati sono estremamente versatili. Avendo caratteristiche intermedie tra vini rossi e bianchi si accompagnano bene con piatti estivi come antipasti a base di salumi, pasta con sugo di pesce e pomodoro, ma anche grigliate miste di pesce e verdure.

La temperatura indicata per apprezzarne al meglio i profumi floreali e fruttati spazia tra i 12 e i 14 °C.

www.bergamonews.it – 22/07/2020

Guadagnare bevendo vino: offerta di un’azienda vinicola britannica

Una azienda produttrice  di vino britannico sta cercando collaboratori.  9iu precisamente hanno bisogno di “assaggiatore di vini” che verrà pagato più di $ 300 per assaggiare e recensire “alcuni dei migliori vini estivi biologici”. Un lavoro perfetto per chi ama un buon bicchiere e per chi si regala spesso bottiglie gustose di nettare degli dei

L’offerta lavorativa della Vintage Roots
Vintage Roots, un commerciante specializzato in vini biologici, ha dichiarato che al degustatore scelto verranno inviate bottiglie di vari vini estivi e verrà chiesto di rivedere le bevande per il sito Web dell’azienda. Un lavoro semplice ma che aiuta la società a farsi un nome e ad avere successo un po’ ovunque.

Agli appassionati di vino interessati si chiede di seguire le pagine Facebook, Instagram e Twitter dell’azienda e taggare l’azienda in una foto che mostra al candidato un bicchiere di vino con gli hashtag #summerwinetaster #comewinewithme.

Le candidature alla posizione lavorativa
Le iscrizioni sono aperte fino al 31 agosto e il vincitore sarà annunciato il 7 settembre, ha dichiarato la società.

Non resta dunque che inserire i propri dati sul sito ufficiale e sperare di diventare la persona ricercata. Non si vede tutti i giorni una società disposta a pagare profumatamente i propri collaboratori affinché bevano e a spedire loro gratuitamente il vino da provare.

www.rsvn.it – 15/07/2020

E’ cuneese il più antico vino certificato Doc al mondo

Si tratta di un Barolo prodotto a Serralunga d’Alba nel 1961. La World Certification Limited ha ufficializzato il primato.
E’ italiano, per la precisione cuneese, il record mondiale per il più antico vino certificato Doc. A certificarlo l’agenzia internazionale della World Certification Limited. Il vino in questione è un Barolo, prodotto a Serralunga D’Alba nel 1961 e contrassegnato come vino Doc, certificazione introdotta nel 1960 per prevenire la vinificazione contraffatta.

Il titolo è stato rivendicato dal saluzzese Maurizio Paschetta, “detentore di ben otto record mondiali agricoli”. Il vino è attualmente conservato ed esposto nel museo popolare “Robe Veje”, di proprietà di Luigi Varrone nella città di Fontanelle Boves, a cui lo stesso Paschetta lo ha donato.

https://www.cuneodice.it – 13/07/2020

Emilia-Romagna e vini: lambrusco ma non solo

Se dici Romagna bevi Sangiovese, se dici Emilia il pensiero va a un bel bicchiere di Lambrusco, il vino per eccellenza da Reggio-Emilia a Modena e a Bologna. Chi non lo ha assaggiato, abbinato a uno di quei bei piatti succulenti e dal sapore antico che si preparano nella pianura padana o sui colli appennini al confine con la Toscana o nella bassa lungo il Po? Un’infinità di varietà e di esperienze sensoriali che fanno tornare alla mente partite a briscola nei bar di paese, immagini sbiadite di Don Camillo e Peppone, il rombo dei motori e della gare di bocce. Più che un vino uno status symbol della cultura popolare emiliana, ma che non disdegna le grandi e raffinate tavole degli chef gourmet.

È una leadership, quella conquistata dal Lambrusco sul mercato e nell’immaginario comune di chi deve pensare a un vino emiliano, che affonda le sue radici nei secoli. E senza dubbio meritata, se si considera come il rosso della Via Emilia è forse il primo vino derivante da un vitigno autoctono italiano, discendendo dalla vitis silvestris, una vite selvatica che per sua asprezza gli antichi romani ribattezzarono vitis labrusca.
Una nomea e un nome che non ne impedirono la diffusione e il successo, tanto che gli americani, in tempi non lontani, lo definirono il “red champagne”, per la sua caratteristica frizzante che lo rende un vino di per sé allegro e gioviale, ideale per la compagnia.
E così oggi il Lambrusco è il vino italiano più venduto, con oltre 400 milioni di bottiglie prodotte, nelle sue diverse caratteristiche e declinazioni, derivanti dai luoghi di provenienza delle uve e dalle modalità di produzione. Leggi il resto di questo articolo »

Rarità enoiche: il Moscato di Scanzo

Scanzorosciate è un piccolo comune della bergamasca, dove i dolci declivi disegnano il luogo di origine del Moscato di Scanzo DOCG. Prodotto con l’omonimo vitigno a bacca rossa, è sicuramente una chicca nel panorama viticolo italiano. Basti pensare che è la più piccola delle denominazioni di origine , con appena 31 ettari coltivati da una manciata di produttori.

Sebbene fino a pochi decenni or sono fosse a rischio di scomparsa, lo Scanzo dispone di una storia plurisecolare. Per risalire alla prima testimonianza scritta bisogna andare al 1350, quando venne menzionato nel testamento di Alberico di Rosciate. Sempre nel finire dello stesso secolo, lo troviamo nelle “Effemeridi” di Donato Calvi: ivi si racconta di come nel 1398 i Guelfi si impossessarono di 42 carri di Moscato rosso di Scanzo. Ebbe poi un grande successo negli anni a venire, tanto da esser stato dono da parte del grande architetto Giacomo Quarenghi alla zarina Caterina II di Russia.
Successivamente furono gli inglesi ad interessarsene, e a renderlo nel ‘700 uno dei vini più cari al mondo, quotato, unico vino italiano all’epoca, nella borsa di Londra nel 1850. Dopo un periodo buio, vediamo nascere nel 1993 il Consorzio di tutela e nel 2002 arriva il riconoscimento della DOC, che non basterà per la peculiarità di questo vino, tanto che nel 2009 otterrà la DOCG, una delle cinque presenti in territorio lombardo.

Interprete di riferimento di questa denominazione è sicuramente Manuele Biava. La sua azienda ha origine nel 1988, quanto ritira i vigneti del nonno. Fin da subito deciso a dare una sua interpretazione di questo territorio, avvia quella che è poi stata una rinascita di questa denominazione. Rinascita che parte da una piccola realtà di soli 3 ettari totali, di cui 2 coltivati a Moscato di Scanzo.

Condotta ad un regime di lotta integrata, sono vecchie viti quelle che per la maggior parte vanno a cesellare il vigneto, con un’età compresa tra i 50 e 75 anni, coltivati a pergola bergamasca, ed una piccola parcella più giovane di 17 anni, coltivata invece a Guyot.

I vigneti sono posti in quella che è considerata la culla della denominazione, nella parte più alta del Monte Bastia, immediatamente sotto la chiesetta che sovrasta la collina. A livello geologico a fare la differenza è il “Sas dè Luna” in questo areale. Trattasi di una formazione calcareo marnosa, di incredibile durezza e resistenza in sottosuolo, ma che una volta esposta al sole, si sgretola facilmente tra le mani, polverizzandosi. Un terreno, quindi, altamente minerale e di scarsa disponibilità idrica, che fanno la fortuna di questo territorio.

Un’attenta selezione delle uve e l’esperienza di Manuele in cantina fanno il resto. Numerosi i riconoscimenti in ambito nazionale dell’azienda, che l’hanno portata a diventare anche fornitore della Real casa d’Inghilterra.

www.jamesmagazine.it – 05/07/2020

Enoteca 17. Apre un’enoteca automatica ad Avezzano: come funziona

“L’idea è nata proprio durante il periodo più buio del covid”, ci raccontano Claudia Gialli e Maria Elena Cesareo, entrambe di origini marsicane, la prima fisioterapista e la seconda laureata in scienze giuridiche. “Ci siamo rese conto di quanto il settore del delivery fosse la salvezza per chi non ha molto tempo. Certo, nel periodo del lockdown ha rappresentato quasi un’imposizione, noi ci siamo fatte consegnare a domicilio di tutto! Dalla spesa alla colazione, alla cena, abbiamo spedito pure i regali di Pasqua tramite i servizi di delivery, e pensandoci è un bel deal per risparmiare tempo, a prescindere che in quel periodo, di tempo, ne avevamo in abbondanza”. Da qui è balenata l’idea di fornire un servizio di consegne di vino a domicilio. “Ad Avezzano e dintorni c’erano un po’ tutti i servizi, ma di fatto mancava il delivery del vino”.

Ma cos’è un’enoteca automatica? “Dopo l’entusiasmo iniziale ci siamo rese conto che non avrebbe avuto molto successo un servizio di sole consegne a domicilio, dunque il compromesso è stato quello di aprire un’enoteca automatica”. Dopo una serie di trattative ed eventi fortuiti hanno trovato il luogo che faceva al caso loro, “un’ex gioielleria in centro ad Avezzano, comunque raggiungibile in macchina, in modo tale che le persone possano facilmente parcheggiare, acquistare il vino e ripartire”. Il locale è stato ristrutturato interamente dai rispettivi mariti, utilizzando solo materiali di recupero. “L’idea di recuperare le cassette di frutta e verdura per fare gli interni ci è sembrata romantica, ma non è stata poi così romantica per Alessandro e Ilio, che hanno dovuto lavorare un mese per rendere le assi di legno funzionali allo scopo”. Fatto sta che ne è valsa la pena.

L’enoteca, con tutto che sarà automatica e dunque priva di addetto alla vendita, risulta accogliente e calda. Ma come funziona esattamente? “All’interno ci sono quattro distributori automatici, refrigerati con temperature separate. C’è l’anta con vini rossi, quella con i bianchi e i rosati, infine il distributore dedicato a bollicine, cocktail ready to drink e birra”. I distributori rappresentano praticamente la Ferrari dei distributori automatici, sono dell’azienda veneta Magex, e l’enoteca è dotata di una serranda automatica regolabile anche a distanza, così Claudia e Maria Elena non sono obbligate a recarsi lì di persona, anche se ovviamente monitorano tutto tramite telecamere. Leggi il resto di questo articolo »

Centocinquanta milioni di litri di vino diventano gel disinfettante

Centocinquanta milioni di litri di vino italiano diventeranno gel disinfettante o bioetanolo con il via libera alla distillazione di crisi. E’ quanto annuncia la Coldiretti nel commentare positivamente la pubblicazione sul sito del Ministero delle Politiche agricole dell’atteso decreto applicativo che permetterà di liberare spazio nelle cantine per la vendemmia in arrivo. La misura, finanziata dall’Unione  Europea – ricorda Coldiretti – punta a fronteggiare da un lato la carenza di alcol italiano e dall’altro la profonda crisi del vino dove le vendite sono praticamente dimezzate durante il lockdown. In Italia la distillazione – precisa la Coldiretti – riguarda  solo i vini comuni, al contrario della Francia, dove sarà possibile “trasformare” anche quelli a denominazioni di origine come lo champagne.

Una prima risposta alla crisi che – sottolinea Coldiretti – vede quasi 4 cantine italiane su 10 (39%) registrare un deciso calo dell’attività con  un pericoloso allarme liquidità che mette a rischio il futuro del vino italiano dal quale nascono opportunità di occupazione per 1,3 milioni di persone, dalla vigna al bicchiere secondo l’indagine Coldiretti/Ixe’. A pesare – sottolinea la Coldiretti – è stata  la chiusura forzata della ristorazione avvenuta in Italia e all’estero con una forte frenata delle esportazioni dopo il record di 6,4 miliardi di euro nel 2019, il massimo di sempre, pari al 58% del fatturato totale. Colpita soprattutto – continua la Coldiretti  – la vendita di vini di alta qualità che trova un mercato privilegiato di sbocco in alberghi e ristoranti in tutto il mondo.

Da qui l’impegno di Coldiretti a livello nazionale ed europeo con la proposta di un piano salva vigneti che, oltre alla distillazione volontaria  di vini generici, prevede anche la vendemmia verde e riduzione delle rese su almeno 100.000 ettari per una riduzione di almeno altri 300 milioni di litri della produzione sui vini di qualità in modo da evitare un eccesso di offerta, considerate le conseguenze  della pandemia sui consumi internazionali. Una boccata d’ossigeno per il settore – prosegue la Coldiretti – verrebbe anche dal taglio dell’Iva che è ora pari al 22% e da credito di imposta per i crediti inesigibili derivanti dalla crisi Covid – 19. Per far  ripartire i consumi la Coldiretti ha inoltre lanciato la campagna #iobevoitaliano. Ma serve anche sostenere con massicci investimenti pubblici e privati la ripresa delle esportazioni con un piano straordinario di comunicazione sul vino che – sostiene la Coldiretti  – rappresenta da sempre all’estero un elemento di traino per l’intero Made in Italy, alimentare e non.

L’Italia con 46 milioni di ettolitri si classifica davanti la Francia come il principale produttore mondiale con circa il 70% della produzione  destinato a vini Docg, Doc e Igt con 332 vini a denominazione di origine controllata (Doc), 73 vini a denominazione di origine controllata e garantita (Docg), e 118 vini a indicazione geografica tipica (Igt) e il restante 30% per i vini da tavola. Sul territorio  nazionale – conclude la Coldiretti – ci sono 567 varietà iscritte al registro viti contro le 278 dei cugini francesi a dimostrazione del ricco patrimonio di biodiversità su cui può contare l’Italia che vanta lungo tutta la Penisola la possibilità di offrire  vini locali di altissima qualità grazie ad una tradizione millenaria.

www.lapressa.it – 24/06/2020

Ecco il primo vino naturale in lattina: è “La Spettinata bianca” di Masseria La Cattiva

Ci voleva un birraio per il primo vino naturale in lattina d’Italia. Leonardo Di Vincenzo, fondatore di Birra del Borgo e tra i titolari della cantina Masseria La Cattiva di Sammichele di Bari, ha iniziato a commercializzare da qualche ora “La Spettinata bianca“, versione in lattina da 33 cl dell’omonimo rifermentato di Trebbiano in purezza.

Ebbene sì l’abbiamo fatto! La lattina ci ha sempre intrigato. Sarà perché ne amiamo la semplicità, o sarà perché è divertente e disinvolta come la Spettinata Bianca. Freschezza, mineralità e bollicine, fermentazione spontanea, zero solfiti aggiunti”.

Che i sette fondatori di Masseria La Cattiva fossero dei “bad boys” lo si è capito subito, dagli esordi. Ovvero da quel nome, scelto nel 2011, per marchiare il progetto enologico in Puglia: 3 ettari di vigneti, non lontani da Gioia del Colle.

Ci voleva un birraio per il primo vino naturale in lattina d’Italia. Leonardo Di Vincenzo, fondatore di Birra del Borgo e tra i titolari della cantina Masseria La Cattiva di Sammichele di Bari, ha iniziato a commercializzare da qualche ora “La Spettinata bianca“, versione in lattina da 33 cl dell’omonimo rifermentato di Trebbiano in purezza.

Ebbene sì l’abbiamo fatto! La lattina ci ha sempre intrigato. Sarà perché ne amiamo la semplicità, o sarà perché è divertente e disinvolta come la Spettinata Bianca. Freschezza, mineralità e bollicine, fermentazione spontanea, zero solfiti aggiunti”.

Che i sette fondatori di Masseria La Cattiva fossero dei “bad boys” lo si è capito subito, dagli esordi. Ovvero da quel nome, scelto nel 2011, per marchiare il progetto enologico in Puglia: 3 ettari di vigneti, non lontani da Gioia del Colle.

È l’ex stalla della Masseria, edificio con 300 anni di storia riportato in vita dai sette giovani, a ospitale l’uva e la sala per la fermentazione e la vinificazione. Qualcosa di nuovo per gli ex birrai, ma non del tutto.

“Da quell’esperienza – precisano i fondatori de La Cattiva – ci portiamo dietro un tesoro enorme fatto di tecnica e consapevolezza. Molti dei nostri vini saranno quindi un po’ fuori dagli schemi, sfuggiranno a facili categorizzazioni”

“Alcuni saranno forse difficili da comprendere – avvertono – ma in fin dei conti saranno unici e, cosa ancor più importante, saranno i nostri vini, espressioni autentiche della vigna e del nostro carattere”. Da ieri anche qualcosa di più, destinata a entrare nella storia. “Spettinata” e in lattina.

www.winemag.it – 17/06/2020