Sono una convertita improbabile al vino, grazie al Barolo.

Da Hong Hong agli Stati Uniti, da artista visiva a Master of wine. Ecco come il vino italiano ha acceso la scintilla: a volte più che affidarsi allo studio, meglio fidarsi della curiosità.

Negli anni trascorsi col vino, ho scoperto che una delle gioie dell’amare qualcosa sta nel sapere di averla scelta da soli. Con l’ampliarsi dell’orizzonte del vino negli ultimi quarant’anni, come mai prima tanti appassionati vi si sono avvicinati per scoperta anziché per tradizione. Faccio pienamente parte di questo fenomeno: figlia di una famiglia asiatico-americana a Hong Kong, con il vino come piacere quotidiano, senza particolare coscienza; formatasi come artista visiva in America, in un ambiente universitario dove il vino, quando capitava, si beveva nei bicchieri di plastica. Sono una convertita improbabile.

Sedici anni dopo, come docente della Vinitaly International Academy, cerco di coinvolgere persone da ogni dove. Mi torna sempre la stessa domanda: in un momento in cui il vino sembra sotto pressione da ogni lato, che cosa si fa? E, sottinteso: tu ti sei innamorata del vino – in qualche modo – adesso come possiamo avvicinare anche gli altri?

La mia risposta fu l’Italia, ma forse non come ci si aspetterebbe. È vero che in seguito ci sono andata, ma l’inizio è anteriore. Era il 2008, il primo anno della nuova fiera del vino di Hong Kong, quando assaggiai per la prima volta il Barolo. Più che assaggiarlo, lo assorbii. La sensazione aveva una forma irriconoscibile – estranea eppure già intimamente mia – come una memoria del corpo non ancora vissuta. Le memorie implicite (del vino e le mie) si compenetravano, fino a dissolversi.

Bastò pochissimo per innescare questo viaggio: qualcuno mi disse che era un vino speciale, da un vitigno che non cresce altrove. Era “particolare”. Portava la promessa che comprenderlo davvero potesse significare comprendere una cultura. Proprio in quello stesso periodo, mi sentivo sempre più distante dalla pittura: una formazione caricata di apparati teorici aveva reso dipingere (attività che ho sempre amato) più arido, a tratti insensato. Così, l’idea che qualcosa di tanto sensuale potesse essere portatrice di senso collettivo – anche se in modo ancora indistinto – fu inebriante. Dovevo capirne di più.

Dopo anni di studio, devo ammettere che non tutta la conoscenza arricchisce. Sono piuttosto gli istanti di consonanza tra un vino e le sue circostanze di origine. Oggi, il Barolo che mi muove è quello che ha ancora aromi quasi eterei a una fibra tenace, ricordandomi che il “vino dei re” ha trovato la sua forma compiuta grazie a generazioni di persone per le quali la proprietà della terra non era garantita. Forse come appassionati, spesso facciamo un torto al vino cercando di semplificare il “lavoro” necessario a comprenderlo, soprattutto per chi non viene dal mondo tradizionale del vino. Meglio fidarsi della curiosità, purché si riesca ad accendere l’immaginazione.

https://www.gamberorosso.it – 29/01/2026

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