“Sono un medico specializzato in longevità e non rinuncerò mai al vino”. Parla il professor Feldhaus

L’esperto svizzero di malattie dell’invecchiamento spiega gli effetti dei consumi sulla salute e prende le distanze da una medicina moderna troppo focalizzata sulla paura: “Il nostro corpo è capace di gestire l’alcol”

Sugli effetti dell’alcol sull’organismo umano esiste una narrazione, che tanto va di moda, fondata sul concetto di paura. Una tesi molto spesso sostenuta da professionisti in materia di salute. Simon Feldhaus, direttore della clinica Balance Rehab e presidente della Società svizzera per la medicina e prevenzione dell’invecchiamento (Ssaamp), è un medico specializzato in materia di longevità. Sul tema specifico ci lavora da 15 anni e, a 58 anni, è un abituale e moderato consumatore di vino e birra.

«Buona parte della medicina moderna si alimenta di paure – scrive l’esperto in un articolo a sua firma comparso il 5 marzo sul quotidiano The Telegraph – ovvero paura del cibo, dell’alcol e della stessa vita. Ma tre decenni di professione medica mi hanno insegnato che tra tutte le emozioni umane, la paura è la più tossica per il corpo».

Non ci sono dubbi che l’alcol sia una tossina, sottolinea Feldhaus. L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) sostiene che non esista una dose sicura di alcol per l’uomo. «Ma nel dibattito attuale ci si dimentica – e lo si fa deliberatamente – che l’alcol non è una sostanza aliena», scrive il medico svizzero, ricordando come anche quando si beve del succo di mela appena ottenuto i batteri generino piccole quantità di alcol durante la digestione. Non solo, ricorda il caso di alcuni primati che alimentandosi di frutta fermentata assumono quantità di etanolo.

«Gli esseri umani – scrive Feldhaus – si sono evoluti in questo ambiente e i nostri corpi riconoscono e sanno gestire l’alcol». Un argomento citato anche dal nutrizionista italiano Giovanni Scapagnini durante un recente convegno a Verona.

Secondo Feldhaus, la tossicità di un alimento in biologia è sempre una questione di dosaggio: «Otto litri d’acqua possono uccidere e persino l’ossigeno a determinate concentrazioni diventa tossico». Inoltre, ricorda il medico, ci sono molti farmaci comuni che sugli enzimi del fegato pesano molto di più dell’alcol. Tra questi ci sono farmaci per la pressione sanguigna, statine, anticoagulanti e sonniferi. Eppure raramente i medici avvertono i propri pazienti. Piuttosto, si accomanda di non bere il vino.

«Invece il fegato di chi prende tre farmaci al giorno e beve un bicchiere di vino – rileva – lavora più sotto pressione rispetto a chi beve moderatamente e non prende farmaci, come faccio io».

La capacità del corpo di disintossicarsi è legata alla genetica, al Dna individuale, che influenza quanto alcol si riesca a tollerare. Negli asiatici dell’area orientale, per esempio, l’enzima responsabile della disintossicazione dall’alcol, l’alcol deidrogenasi, funziona peggio. E il risultato è che dopo aver bevuto alcolici queste persone, scrive Feldhaus, hanno mal di testa, nausea e palpitazioni. In sostanza, chi ha una ridotta capacità di metabolizzare l’acetaldeide è più esposto a rischi di stress ossidativo o di accumulo di radicali liberi. E lo stress ossidativo gioca un ruolo importante nello sviluppo di malattie cardiovascolari o nei processi che contribuiscono a determinate forme tumorali. Tolleranza all’alcol che può migliorare assumendo vitamine, integratori o attraverso alcuni alimenti che supportano le funzioni del fegato.

Feldhaus cita il caso della Francia e del suo rapporto col vino: «Se l’alcol fosse dannoso, la Francia sarebbe una nazione che sarebbe dovuta morire in giovane età. Ma questo non è stato perché l’atteggiamento dei francesi rispetto al bere è sano. Infatti, l’alcol è solitamente abbinato al cibo rispetto a quanto accade in Gran Bretagna, dove il bere può diventare il clou della serata».

Inoltre, come spiega l’autore, il contesto in cui beviamo modifica gli aspetti biologici: «Un bicchiere di vino consumato da soli e ansiosamente ha un impatto fisiologico diverso rispetto a un bicchiere condiviso a pasto con gli amici». Insomma, conclude Feldhaus, le ricerche «dimostrano che bere vino ai pasti contribuisce alla salute e alla longevità, mentre l’isolamento fa aumentare l’infiammazione».

https://www.gamberorosso.it – 06/03/2026

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