Se la riduzione delle emissioni passasse dall’addio al vino in vetro, saremmo pronti?

L’abito in vetro è veicolazione di un messaggio, è tradizione, è (forse meno romanticamente) espressione della legge. Il mondo del vino è in fermento, e a questo giro non ci riferiamo (solamente) alle già abbondantemente discusse declinazioni dealcolate: chiamato a confrontarsi con la grande ma apparentemente inesorabile incognita del cambiamento climatico – così come tutti gli altri rami del più ampio settore primario, beninteso -, resa ben manifesta anche e soprattutto da un’ultima vendemmia pesantemente mutilata proprio dalle condizioni ambientali estreme; ecco che c’è chi ipotizza una strada alternativa per abbattere le emissioni: sostituire le bottiglie in vetro con con contenitori in Pet.

Immaginiamo sia inevitabile che, al leggere di una tale proposta, la frangia composta dai più ligi puristi del mondo del vino abbia già preso a strapparsi i capelli – un po’ come per le chiacchiere circondanti il vino in lattina, tanto per intenderci. Ma non divaghiamo: l’idea di cui sopra, stando a quanto riportato da Vitisphere, arriverebbe dai monopoli della Scandinavia, chiamati a ridurre le proprie emissioni di carbonio del 50% entro il 2030. È una sfida, non c’è ombra di dubbio: una che gli amici del Nord sembrano pronti a cogliere e ad affrontare.

Rimane naturalmente fondamentale, in questo cambio di paradigma, la percezione dei consumatori. Disturbando ancora il vino in lattina vale la pena ricordare che, secondo un sondaggio condotto dall’Istituto Ehrenberg-Bass per la Fondazione Wolf Blass, il vestito di latta è di fatto il formato “meno preferito” da parte dei consumatori, che potrebbero notare una vicinanza tematica con la bassa qualità e virare dunque su altri acquisti. La bottiglia in Pet, comprenderete, rischia di soffrire di un problema simile.

Ebbene, gli sforzi del monopolio finlandese Alko sembrano proprio andare in questa direzione, come è evidente dal lancio di una campagna dal titolo “L‘imballaggio non è una questione di gusto, è una questione di clima”. Secondo Mika Kauppinen, category manager di Alko, le bottiglie in Pet sarebbero un “formato di imballaggio essenziale per raggiungere l’obiettivo di ridurre le emissioni del 50% entro il 2030”. Sfida accettata, come accennato in apertura di articolo.

Discorso analogo per la Svezia: Gad Pettersson, responsabile della catena di approvvigionamento sostenibile del monopolio Systembolaget in Svezia intervistato da Vitisphere, ha spiegato che “l’80-90% dei vini acquistati nei Paesi nordici vengono consumati nei giorni o nelle settimane successive all’acquisto”, e dunque “non ha senso che siano confezionati in pesanti bottiglie di vetro, che poi finiscono allo smaltimento dei rifiuti con un forte impatto ambientale”. Le sue dichiarazioni, poi riprese anche dai colleghi di Wine News, sono più che eloquenti: le bottiglie in Pet possono essere un’alternativa valida.

A chiudere, per così dire, troviamo la Norvegia. Matteo Scarpellino, category manager del monopolio locale Vinmonpolet, ha spiegato che la concessionaria continuerà ad acquistare bottiglie in Pet nei bandi anche nel prossimo futuro, pur esprimendo un dubbio: “L’unico vincolo sono le normative di alcune zone di produzione che impediscono di confezionare i vini in plastica riciclabile. Questo potrebbe rappresentare un freno allo sviluppo di questa gamma di contenitori da parte dell’azienda”. Dal 2016 a oggi, rimanendo nel contesto norvegese, le vendite delle bottiglie di alcol in Pet sono aumentate del 160%: il futuro pare sempre più alle porte.

https://www.dissapore.com – 28/05/204

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