Il vino ci fa stare insieme da 10mila anni: viviamo di piacere, non di numeri
Il vino non fa miracoli. Non spalanca arterie, non ripara cellule, non ci prolunga il sorriso fino a 120 anni e non conserva l’ottimismo di quando ne avevamo 20. Però, una cosa la fa, da sempre: ci fa stare insieme. Non da oggi, ma da circa 11mila anni, da quando abbiamo coltivato la vite, 1000 anni prima del grano. Lo ha ricordato il nutrizionista Giovanni Scapagnini in una lucida relazione al convegno “Il gusto di stare bene” organizzata a Verona da Signorvino a metà gennaio. L’intenzione non era santificare il vino ma riportarlo nei suoi binari naturali: cultura, socialità, storia, piacere.
Attorno al vino si sono fondate le città, le religioni, scelte politiche e filosofiche: la dimensione del symposium di Platone. Tra i viaggi vinosi che ricordo con più forza, ci sono i brividi nella grotta di Areni-1, in Armenia, in compagnia del simpaticissimo archeologo Boris Gasparyan che la scoprì: la prima testimonianza di cantina vinicola al mondo, datata: 4100 a.C. Lo studio sulle ossa ritrovate rivelava un dettaglio macabro: l’abbinamento abituale era vino rosso e carne umana, perché il cannibalismo faceva parte della cerimonia religiosa. Ci ricomponiamo e torniamo alla scienza.
“Il vino è stato il primo antistress della storia”, sentenzia Scapagnini. A bassi dosaggi ha un effetto positivo sul nostro cervello, allenta le tensioni, aumenta blandamente i livelli di dopamina, induce endorfina, regala un senso di benessere. Può avere un effetto simile a certi farmaci ansiolitici il cui consumo è esploso negli ultimi anni. Il tratto tipico della nostra epoca è un altro: aggrapparsi al singolo dato, sia esso positivo o negativo, isolandolo dal contesto. Si legge un titolo, o nemmeno quello, e ci si costruisce sopra un’opinione granitica. Il vino contiene alcol, sostanza cancerogena di Gruppo 1, ed è un fatto. Ma difficilmente si valorizza il quadro complessivo, l’effetto sulla qualità della vita, sulle relazioni. Viviamo di piacere, non di numeri.
E la scienza lo dice chiaro: isolamento e solitudine uccidono. E negli anziani il senso di comunità, associato a un moderato consumo di vino, ha effetti ancora più marcati. Non è un caso che nelle Blue Zones del mondo, ovvero le aree (dalla Barbagia in Sardegna a Okinawa in Giappone) con una straordinaria concentrazione di centenari, ricorra un elemento comune: il vino, soprattutto rosso, consumato a pasto, dentro una rete di relazioni forti. Bere con moderazione a tavola è un atto di civiltà, anche perché non si beve mai vino in astratto: si beve un luogo, un accento, una persona. O, più semplicemente, il momento.
https://www.gamberorosso.it – 08/02/2026