Degustazioni
DiVinNosiola, quando il vino si fa santo
GARDA TRENTINO – Nella Valle dei Laghi, appena a nord del Garda, torna DiVinNosiola, appuntamento che celebra la Nosiola e il Vino Santo: due espressioni diverse dell’unico vitigno a bacca bianca autoctono del Trentino.
Il Vino Santo Trentino, presidio Slow Food, è il frutto del lavoro di quanti credono che sia ancora necessario attendere il tempo giusto per le cose buone.
Quelle che raccontano saperi condivisi, memorie passate e passioni presenti. Un vino frutto di un lavoro corale e antiche tradizioni; tra queste il rito della Spremitura: uno tra i momenti simbolicamente più importanti, che si svolge in occasione della Settimana Santa e che segna il passaggio dall’appassimento sulle arèle, alla vinificazione. Un rito che diventa occasione di incontro e di condivisione.
La manifestazione, giunta alla sua sedicesima edizione, è diventata uno degli appuntamenti più importanti della Valle dei Laghi. E’ nata per far riscoprire alcuni tratti del patrimonio culturale del territorio e sopratutto della sua tradizione enogastronomica che si lega in modo imprescindibile alla produzione del Vino Nosiola e del Vino Santo due stili diversi di vinificazione di un solo vitigno: il Nosiola, l’unico vitigno autoctono del Trentino a bacca bianca.
DiVinNosiola è un evento attento perché valorizza in modo consapevole e rispettoso il patrimonio enogastronomico e culturale della Valle dei Laghi, mettendo al centro il vitigno autoctono Nosiola e le tradizioni legate alla produzione del Vino Santo Trentino.
L’attenzione alla mobilità sostenibile, anche attraverso il trenino “Il Vino Santo Trentino”, contribuisce a ridurre l’impatto degli spostamenti e a favorire una fruizione lenta del territorio. Inoltre, la presenza del presidio Slow Food rafforza l’impegno nella tutela delle produzioni di qualità, della biodiversità e delle pratiche agricole tradizionali.
https://www.gardapost.it – 07/03/2026
I vini dealcolati crescono tra i “salutisti”. Ma per togliere l’alcol sono ultra-processati?
Zero etanolo un punto a favore e anche le calorie sono minori spiega Smartfood. Ananda Roy (Circana): “ma ci sono più additivi che in un vino normale”
Per alcuni non sono nemmeno da chiamare vini, per altri sono invece un’opportunità per la filiera e un fenomeno che sta diventando un segmento di mercato di non poco conto: a livello mondiale vale già 2,4 miliardi di dollari, ed è destinato a raggiungere i 3,3 miliardi di dollari nel 2028, anche se i consumi mondiali rappresentano ancora solo l’1%.
Un vino, quello dealcolato, che ormai da un anno è possibile produrre anche in Italia e che guarda a un gruppo di consumatori composto da astemi, donne in gravidanza, guidatori, persone che stanno assumendo farmaci, ma anche a chi non consuma alcol per motivi religiosi e soprattutto a quelle persone che stanno seguendo diete ipercaloriche o sportivi, in un trend più ampio riassumibile in “salutismo”.
E se è vero che il vino, per così dire, “tradizionale” protegge da depressione e declino cognitivo e, soprattutto il rosso, ha proprietà antiossidanti e antinfiammatorie (come spiega questo ultimo studio firmato dal professor Giovanni Scapagnini, ricercatore di fama internazionale), i dealcolati appaiono come davvero salutari nel senso più ampio del termine. A dirlo è Smartfood, il programma in scienze della nutrizione e comunicazione dello Ieo, l’Istituto Europeo di Oncologia di Milano.
La premessa è che solo dealcolato allo 0,0% è da considerarsi salutare. L’assenza dell’etanolo, del resto, è già di per sé un punto a favore del segmento: meno etanolo significa, infatti, anche meno calorie. Con un bicchiere tradizionale, viene spiegato, si ingeriscono dalle 90 alle 130 calorie, pari a 4 o più zollette di zucchero, mentre un calice di dealcolato, che contiene una quota di zuccheri di uva, ha tra le 20 e le 50 calorie.
C’è però un tema: il processo di estrazione dell’alcol dal vino per renderlo effettivamente dealcolato. Leggi il resto di questo articolo »
Il vino ci fa stare insieme da 10mila anni: viviamo di piacere, non di numeri
Il vino non fa miracoli. Non spalanca arterie, non ripara cellule, non ci prolunga il sorriso fino a 120 anni e non conserva l’ottimismo di quando ne avevamo 20. Però, una cosa la fa, da sempre: ci fa stare insieme. Non da oggi, ma da circa 11mila anni, da quando abbiamo coltivato la vite, 1000 anni prima del grano. Lo ha ricordato il nutrizionista Giovanni Scapagnini in una lucida relazione al convegno “Il gusto di stare bene” organizzata a Verona da Signorvino a metà gennaio. L’intenzione non era santificare il vino ma riportarlo nei suoi binari naturali: cultura, socialità, storia, piacere.
Attorno al vino si sono fondate le città, le religioni, scelte politiche e filosofiche: la dimensione del symposium di Platone. Tra i viaggi vinosi che ricordo con più forza, ci sono i brividi nella grotta di Areni-1, in Armenia, in compagnia del simpaticissimo archeologo Boris Gasparyan che la scoprì: la prima testimonianza di cantina vinicola al mondo, datata: 4100 a.C. Lo studio sulle ossa ritrovate rivelava un dettaglio macabro: l’abbinamento abituale era vino rosso e carne umana, perché il cannibalismo faceva parte della cerimonia religiosa. Ci ricomponiamo e torniamo alla scienza.
“Il vino è stato il primo antistress della storia”, Leggi il resto di questo articolo »
Non solo vino. ProWein apre anche ai distillati no alcol….
Non solo vino. ProWein apre anche ai distillati no alcol e mette al centro il bar zero tasting
Con 180 espositori di etichette non alcoliche, la fiera di Düsseldorf per l’edizione 2026 spinge ulteriormente sul segmento dei Nolo, dopo i tentativi degli anni precedenti
L’edizione 2026 di ProWein (dal 15 al 17 marzo) segna un passaggio organizzativo e culturale preciso: il segmento no e low alcol non viene più trattato come un’area tematica accessoria, ma come un capitolo strutturato all’interno dell’impianto fieristico. Non più una parentesi, quindi, ma un ambito parallelo e distinto dal vino che ora ha bisogno di strumenti propri di lettura, classificazione e confronto.
Rispetto alle prime edizioni, ProWein Zero smette di essere una zona dimostrativa e assume le caratteristiche di uno spazio di servizio per il trade. L’obiettivo, «è fornire orientamento e classificare in modo chiaro gli sviluppi. Con il nuovo assetto di ProWein Zero creiamo una piattaforma strutturata», ha detto Frank Schindler, direttore di ProWein Düsseldorf.
È in questa logica che, al centro del Padiglione 5, lo Zero tasting bar, curato da Meininger Verlag, diventa il fulcro operativo dell’area. Non più solo un semplice banco d’assaggio, ma un punto di riferimento pensato per organizzare la degustazione, favorire il dialogo e restituire una mappa leggibile di un segmento in rapido movimento.
«La combinazione tra banco di degustazione, menu digitale e apparati visivi servirà a orientare i visitatori, facendo del Zero Tasting Bar uno degli snodi centrali di ProWein 2026 sul piano dei contenuti» si legge nel comunicato.
In questo processo di riorganizzazione rientra anche una novità specifica dell’edizione 2026: l’integrazione degli spirits analcolici all’interno di ProWein Zero. Un ampliamento che segnala la crescente articolazione interna del comparto dei Nolo. Accanto ai vini dealcolati e alle alternative fermentative, gli spirits senza alcol vengono riconosciuti come un segmento con caratteristiche e dinamiche proprie.
Una nuova direzione che nasce dalla registrazione di un crescente interesse del mercato verso questi prodotti, che si è tradotto in una crescita costante nelle ultime due edizioni. In fiera saranno circa 180 gli espositori che presenteranno in portfolio etichette non alcoliche, mentre più di 30 aziende saranno presenti direttamente nello spazio dedicato in Hall 5, con oltre 60 brand rappresentati al Zero Tasting Bar.
https://www.gamberorosso.it- 21/01/2026
Vini Orange: il ritorno ancestrale che conquista gli appassionati
Negli ultimi anni il mondo del vino sta assistendo a una rinascita che affonda le radici nel passato. È il caso dei vini orange, bianchi vinificati con macerazioni prolungate sulle bucce che regalano al calice sfumature ambrate e un profilo aromatico intenso. Una tecnica antica, oggi diventata simbolo di artigianalità e identità.
Nati migliaia di anni fa in Georgia e rimasti per lungo tempo una produzione di nicchia, i vini orange hanno trovato nuovo slancio grazie al movimento dei vini naturali e all’interesse di consumatori più curiosi, disposti a sperimentare. Oggi la loro presenza cresce nelle carte dei ristoranti e nelle enoteche più attente, e non mancano produttori che scelgono di dedicare a questa categoria una parte significativa della loro produzione.
Una tecnica che porta il bianco nel territorio del rosso
A differenza dei bianchi tradizionali, i vini orange prevedono una macerazione delle uve bianche sulle bucce che può durare da qualche giorno fino a molti mesi. Questo processo consente di estrarre tannini, colore e profumi completamente nuovi per un bianco.
Il risultato è un vino dal carattere deciso, con note di tè nero, frutta secca, spezie, erbe officinali e una trama leggermente tannica. Una combinazione che conquista chi cerca autenticità e nuovi orizzonti sensoriali.
https://corrieredelvino.it – 26/11/2025
L’alcol non è lo spirito del vino
Il Dottor-Nutrizionista Marco Bernardone (cfr. Al supermercato col Nutrizionista e il gusto delle cose) si stava impegnando in un attento esame organolettico di un Timorasso dei Colli Tortonesi con cui avevamo deciso di iniziare il pranzo. Giancarlo Scaglione (cfr. Una gomma squarciata e un’occasione fortunata; Vigne antiche e orchidee fiorite: Pian dei Sogni) sornione, ascoltava compiaciuto. Io stavo muto. Pensavo, infatti, ai loro ragionamenti via via sempre più approfonditi, stimolati da un articolo di Angelo Gaja (il “Re del Barbaresco”, ma non solo – cfr. Una Gaja giornata a Barbaresco), che avevamo avuto il privilegio di leggere in anteprima, poi pubblicato su La Stampa il 16 febbraio 2025.
Mi piace sempre molto ascoltare persone che stimo, mentre parlano di cose che non so. In sostanza la questione era se l’alcol contenuto nel vino sia del tutto uguale all’alcol dei superalcolici e degli altri derivati. Angelo Gaja aveva scritto “non si tratta di stabilire gerarchie o fomentare la competizione tra diversi prodotti ma solo di offrire il massimo di chiarezza ai fruitori: far credere che il consumo di vini, spiriti o aperitivi, sia analogo o anche solo simile è fuorviante e scorretto proprio per le finalità e diverse modalità di assunzione”.
Ci si chiedeva se il consumo di alcol e in particolare di quello contenuto nel vino sia sempre e comunque nocivo in qualsiasi soggetto e quantitativo. Quella notte stessa il Dottor-Nutrizionista ha effettuato una ricerca e il mattino dopo ne abbiamo ricevuto l’esito. Leggi il resto di questo articolo »
I portinnesti serie M coniugano resilienza e qualità vino. Vinitaly
VERONA – Tra i filari del VCR Reserch Center la qualità del vino nasce in vigneto, con la scelta dei cloni e dei portinnesti più performanti.
Tra questi ultimi emergono i quattro portinnesti della serie M, messi a punto grazie al programma di miglioramento genetico intrapreso a partire dagli anni ’80 dall’Università di Milano, sostenuti da Winegraft, moltiplicati e commercializzati in esclusiva da VCR Vivai Cooperativi Rauscedo.
I vini prodotti con i portainnesti della serie M sono stati protagonisti di un’inedita e unica degustazione alla 57esima edizione di Vinitaly che ha aperto a Verona. Ne abbiamo parlato con Yuri Zambon dei Vivai Cooperativi Rauscedo.
I portinnesti serie M del vigneto resiliente hanno genetiche diverse, diverse attitudini e rispondono a diverse esigenze. La quota maggiore è ancora quella di M2, caratterizzato, come confermano le prove comparative di VCR, da alta vigoria, buona resistenza al calcare e alla salinità. In decisa crescita l’M4, grazie all’alta resistenza alla siccità e alla salinità, da non trascurare però M1, in grado di garantire la massima qualità nei vitigni a bacca rossa e alta resistenza al calcare e M3, in grado di assicurare massima qualità nei suoli fertili con poco calcare.
La serie M nasce per contrastare l’impatto del climate change ma sta finendo per dimostrare che spesso resistenza e resilienza si sposano anche con la qualità. L’ulteriore conferma viene dalla recente ricerca dell’Università di Milano che ha studiato l’effetto del portinnesto sulla composizione aromatica dei vini chardonnay ma anche sul Sangiovese, Nero d’Avola, Primitivo e Grillo come abbiamo potuto constatare nel corso della degustazione.
https://www.agricultura.it – 06/04/2025
L’effetto del trattamento di invecchiamento subacqueo sulla qualità del vino
L’invecchiamento del vino subacqueo ha riscosso un crescente successo negli ultimi anni, perché rappresenta un’innovazione che può potenziare la gamma di prodotti in offerta. Ora ci sono diverse aziende che offrono questo servizio ai produttori, ma ancora poco si sa sugli effetti sui diversi tipi di vino.
Un studio preliminare dell’Università di Firenze ha affrontato l’argomento monitorando gli effetti di questo metodo di invecchiamento su tre diversi tipi di vino commerciale (bianco, rosato e rosso) che sono stati immersi per 6 mesi a 52 metri sottt’acqua, e confrontandoli con gli stessi vini conservati per lo stesso periodo in una cantina.
Per valutare gli effetti del trattamento subacqueo a lungo termine, sia i vini sottomarini che quelli invecchiati in cantina sono stati sottoposti a un ulteriore periodo di 6 mesi di affinamento in cantina.
Le caratteristiche chimiche dei vini ottenuti sono state analizzate al termine dei primi (6 mesi di cantina e affinamento subacqueo) e dei secondi periodi di invecchiamento (dopo ulteriori 6 mesi in cantina sia per i vini subacquei che in cantina) per verificare se ci fossero differenze significative tra loro. Un test di discriminante sensoriale è stato applicato sugli stessi vini.
I risultati hanno mostrato che l’invecchiamento subacqueo ha influenzato significativamente la composizione chimica dei vini. Il profilo fenolico e i composti responsabili del colore si sono rivelati i più colpiti dai due diversi tipi di invecchiamento, mentre i volatili sono risultati meno influenzati dai trattamenti.
Il test sensoriale discriminante ha evidenziato che i vini subacquei e della cantina sono stati percepiti in modo diverso in base al trattamento di invecchiamento e al momento della valutazione (dopo 6 o 12 mesi).
https://www.teatronaturale.it – 11/03/2025
Hofstätter: “Nei dealcolati l’alta qualità del vino base fa la differenza”
Quando tutti (o quasi) gridavano allo scandalo, lui andava dritto per la sua strada. Senza girarsi né farsi influenzare da chi dissentiva. Martin Foradori Hofstätter faceva ricerca e produceva lungo le sponde della Mosella i suoi vini dealcolati a base Riesling, firmati Dr. Fischer, la sua cantina con sede in Germania che si affianca alla tenuta Hofstätter del Trentino-Alto Adige (11 milioni di fatturato). Oggi la produzione alcol free si è arricchita: si è aggiunta un’etichetta premium. E sono in corso prove di rosso con il Pinot Nero.
Com’è l’andamento del mercato dei vini dealcolati per la sua azienda?
“La nostra produzione è iniziata nel 2020 con 15mila bottiglie, grazie all’intuizione di mio figlio Niklas, che allora studiava in Germania. Oggi produciamo in tutto centomila bottiglie di dealcolati, per il 70% destinate al mercato italiano. Il canale che ha risposto subito è stato quello dell’hotellerie internazionale, a cui ora stanno seguendo tutti gli altri, enoteche comprese. Mi viene da dire “l’ho sempre detto”. La soddisfazione più grande è vedere che ora anche i più agguerriti contrari ai vini dealcolati stanno scoprendo che per questa categoria c’è spazio e mercato. Il vino dealcolato offre molte opportunità per la ristorazione. La principale è raggiungere chi a tavola è abituato a bere solo acqua e bibite gassate”.
Che tecnologia utilizzate per dealcolare?
“Si tratta della distillazione sottovuoto, un processo che permette di ridurre il contenuto alcolico del vino, preservando al contempo i delicati aromi della materia prima. All’interno di un’apposita apparecchiatura viene ridotta la pressione atmosferica (a circa 15 mbar) e così si abbassa anche il punto di ebollizione dell’alcol da circa 78° C a circa 25-30° C. Grazie al suo punto di ebollizione inferiore rispetto agli altri componenti del vino, l’alcol evapora per primo. L’aspetto cruciale della distillazione sottovuoto è il controllo della temperatura. Questo processo consente di estrarre l’alcol a temperature basse, contribuendo a preservare gli aromi e i composti aromatici più delicati. Questo è fondamentale per assicurarsi che il vino dealcolato mantenga le qualità sensoriali della materia prima, nel nostro caso, il Riesling”.
Perché ha deciso di produrre un’etichetta premium? Crede che avrà un suo mercato?
“Attualmente la nostra linea Steinbock Zero include un fermo e una bollicina a base di Riesling, ma in questi giorni abbiamo lanciato sul mercato un prodotto dealcolato di alta fascia ‘Dr. Fischer Zero Riesling Sparkling’ – questo il nome del nuovo prodotto – che si distingue soprattutto per l’eccezionale qualità del vino base: un Riesling nato da uve selezionate con circa 9 % di alcol e un residuo zuccherino naturale di 30 grammi per litro. Questo tipo di base ci consente una dealcolazione più rapida che preserva il perfetto equilibrio tra frutto, corpo, acidità e residuo zuccherino naturale. Il risultato è un prodotto fresco, raffinato e leggero. Inoltre, già produciamo anche due ‘private label’ per la grande distribuzione italiane, segnale chiaro della richiesta da parte dei consumatori.”.
Molti temono che i dealcolati non siano sani per la presenza di additivi, c’è questo rischio?
“Ma di che cosa stiamo parlando esattamente? Di quali additivi? Non mi risulta ce ne siano, forse le persone dovrebbero informarsi bene prima di criticare. L’unico è l’anidride carbonica per gli sparkling”.
https://www.repubblica.it
Pinot Grigio Doc da vitigni resistenti. Consorzio delle Venezie
Dalla conquista dell’America a quella della GenZ. La Doc Pinot Grigio delle Venezie inizia l’anno in pole position, pronto a spingere sull’acceleratore del cambiamento. I numeri di fine anno gli danno ragione – imbottigliato a +3% e certificazioni a +8% rispetto al 2023 – ma non bastano più. Adesso la missione è conquistare il mercato nazionale e i palati più giovani. Ne è convinto Albino Armani, il presidente del consorzio Doc delle Venezie che, in questa intervista esclusiva al Gambero Rosso, svela i piani per il prossimo futuro: vini a bassa gradazione e utilizzo dei vitigni resistenti. L’iter è avviato su entrambi i fronti, ma non basta solo modificare il disciplinare.
Partiamo dai numeri: una notevole iniezione di ottimismo in un momento in cui i consumi di vino vanno in direzione opposta. Come ve lo spiegate?
Senz’altro si tratta di un dato rassicurante che fa del Pinot Grigio una denominazione anticiclica. La cosa più interessante è che, in quel +3% c’è già dentro un anticipo degli imbottigliamenti (140mila ettolitri circa) della nuova annata. E questo ci dice che c’è una richiesta maggiore di prodotto e che i quantitativi dello scorso anno non sono bastati a soddisfare la domanda.
Insomma, c’è poco Pinot Grigio in circolazione?
Probabilmente negli anni scorsi siamo stati più pessimisti del necessario e, adottando le misure di gestione produttiva – dal blocco degli impianti allo stoccaggio – siamo arrivati corti rispetto alle richieste. D’altronde è l’Italia il maggior produttore di Pinot Grigio al mondo.
Sebbene con una concorrenza sempre più spinta da parte dei Pinot Gris californiani…
Questo ci spinge a non accomodarci sugli allora, ma allo stesso tempo è un attestato di stima. Il Pinot Grigio l’ha scoperto l’Italia. Il fatto che piaccia ai californiani, tanto da spingerli a investire sui nuovi impianti, ci dice che c’è una proiezione positiva dei consumi da qui ai prossimi venti anni: lunga vita al Pinot Grigio, dunque. E che vinca il migliore! Leggi il resto di questo articolo »