Curiosità

Addio a Giacomo Tachis, il più grande di tutti

Se ne è andato in punta di piedi ad 82 anni, come allo stesso modo ha condotto la sua professione, che tanto ha dato al vino tricolore.

È morto Giacomo Tachis, uno dei “padri fondatori” dell’enologia italiana e tra gli uomini che hanno cambiato il corso del vino del Belpaese, sprovincializzandolo e consegnandolo al successo mondiale.

Tra gli artefici del cosidetto “Rinascimento” enologico italiano, con alcune delle etichette più importanti del Belpaese e non solo, le sue scelte, a distanza di anni,
restano fra i contributi più preziosi al successo dei nostri vini, metodologie ormai “codificate” come la selezione clonale, gli impianti ad alta densità, l’abbassamento delle rese, la fermentazione malolattica, l’invecchiamento in rovere piccolo, tutti elementi capaci di far dialogare la tradizione italiana con quella francese, come lui dialogava con il suo mentore Emile Peynaud.

Giacomo Tachis, ritiratosi definitivamente dall’attività professionale nella primavera 2010, è stato l’amico del vino italiano, Leggi il resto di questo articolo »

Addio “binge drinking”, nelle terre del vino piemontesi i ventenni bevono meno alcol

Nelle zone dove il vino si produce, anche i ventenni imparano a snobbare il “binge drinking”, l’abbuffata alcolica tanto in voga in città, e si gustano il vino con gli amici e in famiglia senza sviluppare una dipendenza o abituarsi a bere fuori pasto.

Una ricerca che ci racconta come l’alcol può diventare ed è forse già diventata “esperienza culturale” rivela che nelle aree ad alta densità vitivinicola si muore meno per alcol e il numero dei ricoveri per patologie correlate al consumo è più basso.

Per i giovani il vantaggio appare più marcato: fra i 18 e i 34 anni, mentre il dato generale piemontese dice che nel 51 per cento dei casi i giovani hanno avuto almeno un comportamento a rischio negli ultimi trenta giorni (binge drinking consumo abituale elevato e consumo fuori pasto), nelle zone caratterizzate da produzioni vitivinivole il numero cala al 37 per cento. Leggi il resto di questo articolo »

Chianti: quest’anno si festeggiano i 300 anni del famoso vino italiano

Questo è il trecentesimo anno del Chianti Classico. “300 anni e nemmeno una penna bianca“, recita una delle headline della campagna pubblicitaria.

Il Chianti Classico non è solo un vino, ma uno strumento in grado di offrire un’alternativa valida ai turisti. L’attività di produzione vede la collaborazione di alcune migliaia di lavoratori e tecnici preparati, che hanno dedicato la loro vita alla valorizzazione di un territorio rurale, trasformandolo in una meta turistica importante.

Questi trecento anni sono stati coronati dall’introduzione di una nuova categoria di Chianti, Leggi il resto di questo articolo »

Che fine ha fatto il mestiere del bottaio? Ecco uno dei “sopravvissuti”

Per fare il vino, ci vuole l’uva, ma anche la botte.

Ma ci si è mai chiesti quanti ancora portano avanti il mestiere di bottaio? “Ben pochi. In Valtellina sono solo due: uno a Chiuro, l’altro a Castione”, spiega Paolo Piatta, consigliere comunale e componente della Pro loco che, nelle pagina del Ciapél d’Oro, ha postato la foto di Danilo Panella, alle prese con la lavorazione di una botte, all’interno della suo laboratorio a Balzarro.

Il post ha riscosso subito successo, in termini di like e condivisioni. Dai dati della pagina, ci spiega, sembra sia stato condiviso anche a Varese.

Panella, di professione falegname come il padre, oltre a essere specializzato in mobili e serramenti, è, come detto, uno dei mastri bottai ancora attivi. Oltre a costruirle, le monta, le smonta e le pulisce: operazioni periodicamente indispensabili per le cantine.

E con il legno di quelle non più utilizzabili crea mobili e complementi d’arredo, dando libero sfogo alla fantasia.

Lavora da solo: “non è semplice, al giorno d’oggi, trovare ragazzi che abbiano voglia di diventare apprendisti di bottega. Eppure di lavoro ce ne sarebbe”.

www.ilgiorno.it – 15/01/2016

Primi vitigni resistenti a malattie prodotti in Italia

Sono dieci, cinque a bacca bianca e cinque a bacca rossa, i primi vitigni resistenti alle malattie prodotti in Italia dai ricercatori dell’Università di Udine e dell’Istituto di Genomica applica (Iga) di Udine.

Le nuove varietà saranno presentate ufficialmente lunedì 18 gennaio a Udine (ore 11, a palazzo Wassermann), alla presenza del delegato del ministro delle politiche agricole, alimentari e forestali, Salvatore Parlato, e dell’assessore regionale alle risorse agricole e forestali, Cristiano Shaurli.

Le “magnifiche dieci”, come le chiamano i ricercatori udinesi, sono il frutto di 15 anni di lavoro di ricerca e di una straordinaria sinergia tra pubblico e privato.

Il più grande vantaggio delle nuove varietà di viti sarà la possibilità di abbattere notevolmente i costi delle viticoltura, grazie al risparmio sui trattamenti.

Le caratteristiche dei vitigni saranno illustrate nel corso del convegno dal titolo “Resistere per competere: presentazione delle nuove varietà di vite”, che si aprirà con i saluti del rettore dell’Università di Udine, Alberto De Toni, e dell’assessore Cristiano Shaurli.

www.ansa.it – 12/01/2016

Torcolato re del passito apre anno rassegne enologiche

Torna a Breganze il 17 gennaio la ‘Prima del Torcolato’ la manifestazione dedicata al tipico passito vicentino che come ogni anno apre le rassegne italiane dedicate all’enologia.

Puntuale per la 21/ma volta alla terza domenica di gennaio l’appuntamento con la Doc prodotta da uva Vespaiola appassita, custodita per mesi nel fruttaio, il locale della cantina dedicato a questa lavorazione.

I grappoli vengono quindi sottoposti ad una torchiatura soffice, che darà solo 25/30 litri di mosto per ogni quintale di frutta che contiene concentrati tutti gli aromi e i sapori caratteristici del vitigno: frutta gialla matura e scorza di mandarino, albicocche essiccate e datteri, fiori bianchi e miele.

Gli stessi che si ritroveranno, dopo alcuni anni di affinamento in cantina, nel vino Torcolato.

In occasione della “Prima”, Leggi il resto di questo articolo »

D-VINE, per degustare il vino in modo nuovo

Anfora, botte, bottiglia e adesso dispenser automatico.

Il futuro del vino sarà fatto di “capsule” ed erogatori atumatizzati?

Per un gruppo di tre ingegneri francesi sì e ci credono così tanto da creare una nuova società e sviluppare il D-Vine.

Si tratta di un sistema per erogare un singolo bicchiere di vino alla volta, scelto da un catalogo di vini selezionati.

Il sistema D-Vine è composto da due parti: la macchina erogatrice e i flaconi da 10 centilitri di vino.

Il funzionamento è molto semplice. Su ogni flacone c’è un chip contenente le informazioni necessarie al corretto servizio del vino: temperatura e ossigenazione. Leggi il resto di questo articolo »

Farnese, Benetton fa crescere i vini del Sud

«Le similitudini con il mondo della moda? Serve rispettare i gusti dei Paesi diversi, allinearsi alla domanda del mercato ma senza perdere gli elementi distintivi e la propria identità.

È un esercizio che ogni stilista deve fare e che vale anche per il mondo del vino». Nel 2013 il fondo 21 Investimenti guidato da Alessandro Benetton ha rilevato la maggioranza di Farnese Vini, la casa vitivinicola con sede a Chieti fondata nel 1994 da Valentino Sciotti, Filippo Baccalero e Camillo De Iulis con la volontà di valorizzare il patrimonio del Sud.

«Da quando siamo entrati – racconta l’imprenditore trevigiano – abbiamo raggiunto l’obiettivo dei 50 milioni di euro di fatturato con una crescita a doppia cifra e un ebitda del 20%». Leggi il resto di questo articolo »

Rinasce il vino dei monaci benedettini di Camaldoli

Ricerche documentarie e recupero sul campo in piccoli vigneti “relitto” che sopravvivono nella valle del Casentino.

Ecco come l’azienda agricola del Monastero ha riprodotto l’antico vino dei monaci benedettini.

Sarà presentato ufficialmente nel 2016 il vino che bevevano i monaci benedettini del XIII secolo nel noto monastero di Camaldoli, in provincia di Arezzo.

Il lavoro dell’Unità di ricerca per la viticoltura del Crea si sta completando: dapprima una ricostruzione bibliografica per rintracciare le tipologie di uva e poi il recupero sul campo, che ha consentito individuare 21 varietà autoctone, concentrate in piccoli vigneti ‘relitto’ che ancora si trovano nella valle del Casentino, su una superficie di 5 mila metri quadrati.

E dal 2012 (a mille anni dalla fondazione della comunità monastica), nell’azienda agricola del Monastero, è stato creato un vigneto per ospitare i vitigni recuperati.

Il vino è stato prodotto riutilizzando pratiche enologiche d’epoca medioevale (d’altronde le antiche costituzioni dei Camaldolesi, prescrivevano che i monaci coltivassero la terra, accanto alla cura per la preghiera e la contemplazione), come la lunga fermentazione con lieviti autoctoni, l’uso di un tino di legno aperto, la rifermentazione con granella di uva appassita e la maturazione per 18 mesi in botti di rovere.

Paolo Storchi, direttore del Crea di Arezzo, spiega che si tratta di un prodotto complesso, di colore rosso intenso, con 13,5 gradi e con caratteristiche aromatiche molto particolari.

La moderna enologia è entrata solo nella fase di monitoraggio, in particolare per controllare l’evoluzione dei composti polifenolici e antiossidanti presenti fin dall’inizio in elevata quantità, grazie soprattutto all’apporto di uno specifico vitigno recuperato dal germoplasma locale.

www.gamberorosso.it – 22/12/2015

Scherza con i fanti ma lascia stare i santi…

MESSAGGI IN BOTTIGLIA – A CURA DI DAVIDE BONASSI

Continuando il nostro percorso alla ricerca dei significati attribuiti al bere vino attraverso i secoli, che hanno da dirci, per esempio, dei santi, o addirittura dei Dottori della Chiesa come sant’Agostino d’Ippona e sant’Ildegarda di Bingen?

Consiglieranno di astenersi, probabilmente, o li scopriremo favorevoli alla nostra amata bevanda? Con sant’Agostino potrebbe sembrare di primo acchito prevalere la ipotesi avversativa. Leggi il resto di questo articolo »