Aggiornamenti
Il vino che cambia pelle: l’Italia e la sfida dei dealcolati
Non è una resa alla modernità, né un tradimento della tradizione. È, semmai, la presa d’atto di una trasformazione profonda che attraversa i consumi, i mercati e perfino l’idea stessa di vino. Il via libera alla produzione in Italia dei vini dealcolati segna un passaggio simbolico e politico insieme: lo Stato entra, finalmente, in un terreno che per anni ha lasciato scoperto, costringendo le imprese a guardare oltreconfine per poter innovare.
Per troppo tempo il dibattito si è fermato a una contrapposizione sterile: da un lato i custodi dell’ortodossia enologica, dall’altro i profeti di un mercato che cambia. Ma la realtà è meno ideologica e più concreta. I produttori italiani, soprattutto quelli più strutturati, avevano già compreso che una parte crescente del pubblico mondiale chiede prodotti diversi: meno alcol, più attenzione alla salute, nuovi stili di consumo. Non per rinnegare il vino, ma per affiancarlo.
Il problema non era tecnologico né culturale. Era normativo. L’assenza di regole chiare ha prodotto un paradosso tutto italiano: vini concepiti nei nostri territori, con le nostre uve e il nostro know-how, costretti a essere “dealcolizzati” in Germania o in Spagna per poi tornare sul mercato con un marchio italiano. Un corto circuito che penalizzava competitività, filiera e sovranità industriale.
Il decreto interministeriale che disciplina fiscalità e accise non risolve tutto, ma rimette le cose in asse. Restituisce alle imprese la possibilità di decidere, investire, sperimentare senza muoversi in una zona grigia. E soprattutto riconosce che l’innovazione, se governata, non è un nemico della qualità. Anzi: può diventarne un’estensione.
La vera partita, ora, non è giuridica ma culturale. L’Italia del vino dovrà dimostrare di saper fare ciò che le riesce meglio: Leggi il resto di questo articolo »
Un vitigno orientale millenario è stato piantato fuori Firenze da un sommelier giapponese
Tatsuhiko Ozaki doveva fare il pilota di linea ma è finito con l’innamorarsi dell’Italia e tentare un progetto un po’ pazzo per fare vino sull’Appennino toscano con un vitigno storico giapponese
C’è un punto, nelle storie delle persone, in cui le traiettorie sembrano cambiare da sole. Un soffio di vento, una diagnosi, un’intuizione, un ricordo d’infanzia. Per chi è cresciuto all’ombra del Monte Fuji, respirando la sua calma severa, quel soffio è arrivato presto. Fino a ventidue anni per Tatsuhiko Ozaki, giapponese di stanza in Toscana, il sogno era chiaro: diventare pilota di aerei di linea. La rotta era tracciata, come quelle che si vedono sulle mappe illuminate dei voli intercontinentali. Poi è arrivato un ostacolo minuscolo e potentissimo: un problema di allergia, un valore IGE fuori scala, un dettaglio medico che ha chiuso una porta e ne ha aperta un’altra, imprevista.
Quella porta aveva il profumo della cucina italiana, un amore nato da bambino, quando i sapori sembravano un continente lontano da esplorare. L’idea, semplice e visionaria insieme, era portare in Giappone vini e prodotti artigianali difficili da trovare. Così anche la tesi all’Università Internazionale di Tokyo prese una direzione precisa: una ricerca sul movimento Slow Food, per riportare luce sulle antiche varietà giapponesi di frutta e verdura. Mettere radici nel passato per far crescere il futuro. Il passo successivo è stato logico e coraggioso: trasferirsi in Italia, nel 2013, Leggi il resto di questo articolo »
Extreme UnderWaterWines: il mare scrive il futuro del vino
Dall’Elba alle Cinque Terre, la piattaforma Jamin UnderwaterWines lancia il primo esperimento scientifico al mondo che unisce due tecniche di vinificazione subacquea in un unico processo innovativo e sostenibile.
Nelle profondità cristalline delle Cinque Terre nasce un nuovo capitolo dell’enologia internazionale. Si chiama Extreme UnderWaterWines ed è il primo esperimento scientifico al mondo a fondere due tecniche di vinificazione e affinamento subacquee tradizionalmente utilizzate in modo indipendente. A guidare il progetto è Jamin UnderWaterWines – la prima piattaforma approvata per l’uso del mare in enologia – insieme a due soci, Antonio Arrighi, pioniere del metodo Nesos all’Isola d’Elba, e Heidy Bonanini, titolare dell’azienda agricola Possa di Riomaggiore.
Nelle acque del Parco Nazionale e Area Marina Protetta delle Cinque Terre, le uve Bosco dell’azienda Possa sono state immerse per circa 72 ore, dando avvio a un primato assoluto: per la prima volta due tecniche di vinificazione subacquea sono state integrate in un unico processo.
Il protocollo scientifico consta infatti di due fasi distinte ma complementari. La prima prevede l’immersione in mare delle uve fresche, secondo la metodologia sperimentata da Arrighi con il progetto Nesos all’Elba. La seconda porta all’affinamento subacqueo in bottiglia, seguendo il Metodo Jamin, che impiega capsule e sistemi ingegnerizzati capaci di custodire il vino a oltre 50 metri di profondità per circa 180 giorni.
La collaborazione con i Dipartimenti universitari di Enologia, Biologia e Scienze Ambientali Leggi il resto di questo articolo »
L’Europa pronta a riabilitare il «clinto», il vino proibito esce dalla clandestinità
La rivincita del vino proibito: festeggiano Miega di Veronella e Concamarise. Primo via libera della Commissione Agricoltura dell’Ue all’emendamento che potrebbe far tornare commercializzabile il «clinto», più correttamente «clintòn», il vino non vendibile da quasi un secolo, a causa di un Regio decreto autarchico di epoca fascista. A Concamarise, grazie alla Pro loco, e a Miega, grazie all’Associazione per Miega, si tengono da tempo appuntamenti molto partecipati dedicati a questa bevanda alcolica. Concamarise promuove in primavera convegni per studiarne qualità, caratteristiche, e potenzialità, e un successivo pranzo per riscoprire gli antichi usi del clinto in cucina. A Miega, da 45 anni, al «crinto» (così lo chiamano nel Colognese) è dedicata una sagra che dura per due weekend, in programma ad inizio ottobre.
Forse questa sarà davvero la volta buona per il reintegro di questa bevanda alcolica. Si attendono infatti per i prossimi giorni le pronunce di Parlamento Europeo, Commissione e Consiglio sul pacchetto vino, nel quale l’europarlamentare originaria del Basso vicentino (altra zona deputata da decenni alla coltivazione e al consumo familiare del clinto) Cristina Guarda ha inserito l’emendamento che dovrebbe riabilitare il clinto ed altre bevande non commercializzabili, come ad esempio il fragolino. Chissà che non arrivi la parola fine all’ostracismo che ha condannato il vitigno arrivato a metà dell’Ottocento in Europa dall’America a sparire dal mercato e a salvarsi dall’estinzione solo grazie a produzioni familiari, eventi o cene organizzati da cultori del prodotto e da gruppi di promozione nati ad hoc, come l’Aps Clinto de Marca o la Confraternita del Clinto. Leggi il resto di questo articolo »
“Il vino, la mia vita” presentato il libro di Riccardo Cotarella
Un viaggio sensoriale tra storia, tecniche e segreti del vino
“Oltre al suolo, al clima, ai vitigni… sono le persone che fanno davvero la differenza”
La presentazione del libro di Riccardo Cotarella ad Orvieto “Il vino, la mia vita” venerdì 31 ottobre moderata da Bruno Vespa, con Massimo D’Alema, Brunello Cucinelli, Leonardo Lo Cascio, importante importatore di vino negli Stati Uniti (nonché proprietario della Winemarket), è stata una vera e propria lezione di vita.
Riccardo Cotarella presidente mondiale degli enologi, consulente di 120 aziende nel modo (dal Giappone, agli Stati Uniti, alla Palestina, al Canada, Sud Africa, Francia) è, come detto da D’Alema, “l’uomo che ha fatto il vino”.
A 14 anni il padre gli disse “o vai a Conegliano o vai a lavorare”. Era la visione di un padre che sapeva che quel figlio irrequieto, curioso, forse un po’ ribelle, aveva bisogno di un futuro che parlasse la lingua delle radici, ma anche di un mondo più grande.
Cotarella ha molto insistito su questo concetto, e ritiene che quella imposizione di suo padre sia stata determinante per forgiare il suo carattere e per decidere la sua vita.
Il vino e la cultura: più di una semplice bevanda, leggere il libro è veramente ripercorrere la storia del vino in Italia e nel mondo.
Dalla scoperta del Merlot, alla fondazione dell’azienda Cotarella, dal rapporto con il conte Vaselli al Marchese Antinori, dall’insegnamento all’Università della Tuscia alla definizione di cosa fosse un Enologo, Cotarella ne è espressione e vita.
Tanto ci sarebbe da dire, ma credo che serva veramente leggere il libro.
https://www.carlozucchetti.it – 28/11/2025
Vino dealcolato da tutelare anceh con menzione geografica
Uno dei pionieri italiani rilancia il dibattito sull’evoluzione di questo segmento produttivo in campo enologico: «Ora che il decreto che consente la dealcolazione dei vini sarà presto realtà, ciò che manca è una regolamentazione puntuale che faccia chiarezza»
«Il vino dealcolato va tutelato, anche attraverso l’introduzione in etichetta di una menzione geografica che garantisca trasparenza al consumatore».
A rilanciare il dibattito sull’evoluzione di questo segmento produttivo in campo enologico è l’altoatesino Martin Foradori Hofstätter, uno dei pionieri italiani nella produzione di vini dealcolati.
Al centro della sua riflessione, ieri in un incontro stampa a Roma, la necessità di una normativa chiara per distinguere i vini dealcolati dalle bevande a base di mosto arricchite con aromi o altri ingredienti.
«Per anni in Italia i vini dealcolati sono stati al centro di polemiche. Ora che il decreto che consente la dealcolazione dei vini sarà presto realtà, ciò che manca è una regolamentazione puntuale che faccia chiarezza tra prodotti molto diversi tra loro», afferma Foradori Hofstätter.
Secondo il viticoltore altoatesino, il mercato del dealcolato si sta espandendo rapidamente anche in Italia. Il messaggio è un appello diretto alla politica: «Dietro a un vino dealcolato c’è tutto il saper fare del comparto vitivinicolo ed è proprio per questo che è necessario distinguere i vini dealcolati da altri prodotti senza alcol ai quali vengono aggiunti aromi e altri ingredienti».
E sulla ricorrente polemica riguardante l’utilizzo del termine vino per i prodotti dealcolati, il produttore altoatesino chiarisce: «Questa categoria nasce dal vino e non esiste alcun motivo valido – sostiene – per cui non lo si possa chiamare tale, naturalmente accompagnato dalla dicitura “dealcolato”. Inoltre, a tutela del consumatore finale – ed è un grande vantaggio – un vino dealcolato gode delle stesse garanzie previste per un vino tradizionale».
https://www.giornaletrentino.it – 26/11/2025
Vini Orange: il ritorno ancestrale che conquista gli appassionati
Negli ultimi anni il mondo del vino sta assistendo a una rinascita che affonda le radici nel passato. È il caso dei vini orange, bianchi vinificati con macerazioni prolungate sulle bucce che regalano al calice sfumature ambrate e un profilo aromatico intenso. Una tecnica antica, oggi diventata simbolo di artigianalità e identità.
Nati migliaia di anni fa in Georgia e rimasti per lungo tempo una produzione di nicchia, i vini orange hanno trovato nuovo slancio grazie al movimento dei vini naturali e all’interesse di consumatori più curiosi, disposti a sperimentare. Oggi la loro presenza cresce nelle carte dei ristoranti e nelle enoteche più attente, e non mancano produttori che scelgono di dedicare a questa categoria una parte significativa della loro produzione.
Una tecnica che porta il bianco nel territorio del rosso
A differenza dei bianchi tradizionali, i vini orange prevedono una macerazione delle uve bianche sulle bucce che può durare da qualche giorno fino a molti mesi. Questo processo consente di estrarre tannini, colore e profumi completamente nuovi per un bianco.
Il risultato è un vino dal carattere deciso, con note di tè nero, frutta secca, spezie, erbe officinali e una trama leggermente tannica. Una combinazione che conquista chi cerca autenticità e nuovi orizzonti sensoriali.
https://corrieredelvino.it – 26/11/2025
Etichette alcolici, Confagricoltura: Bene la decisione dell’Irlanda, il vino merita approccio diverso
ROMA – E’ un’ottima notizia la decisione del governo irlandese di rivedere la normativa nazionale sull’etichettatura delle bevande alcoliche d’intesa con i Paesi partner europei.
Confagricoltura afferma che si tratta di un passo importante verso un approccio più equilibrato e proporzionato alla regolamentazione del consumo di bevande alcoliche.
Palazzo della Valle ritiene infatti che la politica sulla salute debba essere definita in modo armonizzato a livello europeo, evitando iniziative unilaterali che rischiano di creare disallineamenti normativi e difficoltà operative per le imprese del settore. Solo una strategia comune può garantire regole chiare, coerenti e realmente efficaci per cittadini e operatori.
La mancanza di distinzione tra consumo moderato e abuso di alcol è un approccio fortemente distorsivo alla materia. L’auspicio, quindi, è che questo principio possa essere riconosciuto anche ai tavoli internazionali dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), affermando con forza che è l’abuso a dover essere contrastato, non il consumo consapevole e moderato di vino, parte integrante della nostra cultura e della nostra tradizione agroalimentare.
Confagricoltura invita a vigilare affinché vi sia piena coerenza tra la dichiarazione di New York e le prossime discussioni in sede OMS ed europea: il lavoro avviato è solo alle prime fasi e necessita di essere ulteriormente consolidato.
https://www.agricultura.it/2025/11/17
In Sardegna c’è un nuovo Consorzio del vino che tutela vini d’altura e vigneti ad alberello
In Sardegna c’è un nuovo Consorzio del vino : quello della Doc Mandrolisai che raggruppa già 18 produttori. Si tratta di uno dei numerosi consorzi del settore vitivinicolo che in Italia si sono costituiti recentemente, anche se sulla carta il nuovo ente è datato 2024. Atzara, Desulo, Meana Sardo, Ortueri, Samugheo, Sorgono, Tonara sono i comuni che ospitano gli antichi vigneti ad alberello della Doc, l’unica che tra quelle isolane ha scelto di chiamarsi col nome dell’areale di produzione anziché con quello del vitigno.
Il neo consorzio ha scelto di investire su immagine e comunicazione, nominando Francesco Saverio Russo come ambasciatore della denominazione. Al divulgatore ed enonauta, è affidato il compito di illustrare e promuovere il territorio situato al centro della Sardegna, . L’iniziativa si inserisce in un progetto di promozione che si legherà a numerose attività nazionali (a partire dall’imminente Merano wine festival) e internazionali.
«Il nostro territorio – sottolinea il presidente del Consorzio vini Mandrolisai, Massimiliano Mura – ha una ricchezza ancora oggi testimoniata non solo dalla tipologia delle coltivazioni e dall’età delle vigne, ma anche dalla diversità delle uve autoctone tipiche della zona come muristellu, cannonau e monica. Abbiamo ritenuto che fosse giunto il momento di far conoscere meglio la nostra storia, anche grazie all’arrivo di un testimonial di eccezione».
Tra gli asset della Doc ci sono anche elementi paesaggistici. Il Mandrolisai, i cui vigneti sono caratterizzati spesso da viti ad alberello, soprattutto cannonau, è inserito nel Registro nazionale dei Paesaggi rurali storici, curato dal Masaf, che ha riconosciuto il valore di un’agricoltura policolturale, imperniata sulla coltivazione di vigneti, cereali, orti e frutteti e multifunzionali pascoli arborati quercini che integrano le produzioni foraggere e alimentano le locali filiere della legna e del sughero.
Un territorio in cui le uve crescono e maturano in alta collina, con buone esposizioni e forti escursioni termiche. I vitigni (a bacca nera) ammessi dal disciplinare sono tre muristellu (bovale sardo), cannonau e monica. E i relativi vini (rossi e rosati) si stanno facendo notare negli ultimi anni. Alcuni dei quali sono presenti nel prezioso elenco e nella selezione dei vini rari, a cui la Guida vini d’Italia del Gambero Rosso ha deciso di dedicare un’apposita sezione già dall’edizione 2025. Con cantine che già hanno ricevuto diversi importanti riconoscimenti, da Fradiles a Bentu Luna.
https://www.gamberorosso.iT – 05/11/2025
La Doc Garda si gioca tutte le carte: via libera al vino low alcol e alla versione cremant
L’idea del vino in lattina è stata messa da parte ma per la Doc Garda quella del vino a bassa gradazione è realtà. Il settimanale Tre bicchieri del Gambero Rosso ne aveva parlato a febbraio 2025 e ora, per il Consorzio di tutela presieduto da Paolo Fiorini, è arrivata l’ufficialità, con la pubblicazione del decreto ministeriale del 24 settembre 2025, che contiene il nuovo disciplinare di produzione, sulla Gazzetta ufficiale (Serie generale n. 234 dell’8 ottobre 2025). E che fa della denominazione interregionale (che insiste sui territori delle province di Mantova e Brescia per la Lombardia e Verona per il Veneto) la prima italiana dedicata a un vino fermo con bassa gradazione alcolica.
Tutto ruota attorno all’uva garganega, principale varietà autoctona a bacca bianca di questa Doc (che accomuna 250 imprese vitivinicole) che entra sia nei bianchi fermi sia negli spumanti e nei bivarietali (in coppia con chardonnay o con pinot grigio). La sperimentazione di tipo agronomico ha consentito di passare da un vino con un titolo alcolometrico minimo a 10,5% vol a un vino con titolo alcolometrico di 9% vol. Da sottolineare che già dalla vendemmia 2025 i produttori potranno commercializzare il vino nella versione low alcol.
«Un passaggio strategico per la Doc e i produttori che ne fanno parte», è il commento del presidente Fiorini sul nuovo disciplinare. L’obiettivo è «ampliare le potenzialità produttive e commerciali, così come rispondere alle nuove esigenze del mercato e dei consumatori, oggi sempre più attenti a vini identitari, versatili e contemporanei».
Le regole produttive della Doc Garda introducono, per la categoria spumante, il termine “cremant“, Leggi il resto di questo articolo »