Inzolia nera, il vitigno siciliano che rischiava di scomparire
Per decenni è rimasta nascosta in mezzo ad altre vigne, ridotta in alcuni casi a poche piante sopravvissute in vecchi appezzamenti. L’inzolia nera è una di quelle varietà che raccontano un pezzo di storia agricola siciliana quasi cancellato: un vitigno reliquia, censito dalla Regione Siciliana e ormai prossimo alla scomparsa, che oggi ad Agrigento è tornato a produrre vino. Appena 478 bottiglie, ottenute dalla vendemmia 2025, ma sufficienti per scoprire un rosso sorprendentemente contemporaneo, leggiadro e fragrante, lontano dall’immagine dei rossi siciliani più potenti.
A riportarla in vigna è stato Enzo Agrò, architetto e fondatore del Doric Eco Boutique Resort & Spa, cinque stelle lusso sulle
colline di Agrigento, affacciato sulla Valle dei Templi. Nato su un terreno acquistato inizialmente da Agrò per costruire la propria casa, il resort è immerso nel paesaggio mediterraneo tra mandorli, pistacchi, alberi da frutto e aromatiche.
Un rapporto con il territorio che attraversa l’intero progetto, dall’attenzione alla sostenibilità fino ad Ambrosia, il ristorante della struttura, dove la cucina parte dall’orto e dalle materie prime locali. È in questo contesto che, nel 2022, durante l’ampliamento del resort, Agrò decide di piantare una vigna davanti alle nuove ville, orientando i filari verso il Tempio di Giunone. Resta da scegliere l’uva: l’idea è cercare qualcosa che appartenga alla storia agricola di questa parte di Sicilia.
Agrò studia così il censimento dei vitigni reliquia siciliani ed è lì che incontra l’inzolia nera. Il nome può trarre in inganno. Non si tratta semplicemente della versione cromatica della più conosciuta inzolia bianca, o ansonica, ma di una varietà a bacca nera già citata dagli ampelografi dell’Ottocento e sopravvissuta in pochissimi vecchi vigneti. Fillossera, abbandono delle campagne e sostituzione con varietà più produttive hanno contribuito alla sua quasi completa scomparsa. Ed è proprio la sua apparente debolezza ad attirare Agrò.
«Inizio a studiare, consulto l’elenco dei vitigni reliquia. Leggo le caratteristiche di ciascuno finché a colpirmi è proprio l’inzolia nera», racconta. Viene descritta come fragile, marginale e tutt’altro che promettente dal punto di vista enologico. Per Agrò è una ragione in più per provare a recuperarla.
Nel 2022 vengono messi a dimora i primi filari. Tre anni dopo arriva la prima vendemmia e con essa The Year of Waiting – Inzolia Nera, nome che richiama il tempo necessario per vedere nel bicchiere il risultato della scommessa. «Avevo tanti dubbi e tante domande. Poi, assaggio dopo assaggio, questo vino ha iniziato a convincermi sempre di più», racconta Agrò.
La sorpresa sta proprio nella contemporaneità del vino. Rubino scarico, ciliegia e piccoli frutti rossi al naso, freschezza e sapidità a scandire il sorso: con appena 11,5% vol., acidità naturale e una beva agile, l’inzolia nera trasforma in punti di forza quelle caratteristiche – leggerezza e poca propensione alla concentrazione – che ne avevano segnato la scarsa fortuna. Oggi coincidono con una sensibilità sempre più orientata verso bevibilità e moderazione alcolica: una reliquia che nel bicchiere rischia di sembrare meno antica di molti vitigni assai più fortunati.
«Recuperare un vitigno come l’inzolia nera significa riportare in vita un frammento della memoria enologica della Sicilia», spiega Agrò. Una memoria che qui non viene confinata in una collezione ampelografica, ma rimessa in produzione davanti alla Valle dei Templi.
Le 478 bottiglie sono soltanto l’inizio. Con la vendemmia successiva la produzione dovrebbe salire a circa 550 bottiglie, quella che Agrò considera la vera «annata zero», mentre il progetto prevede un ulteriore ampliamento della superficie vitata. Numeri minuscoli per una varietà che rischiava di rimanere soltanto una voce nei repertori ampelografici e che oggi invece è tornata a diventare vino.
https://www.gamberorosso.it – 22/08/2026