I salesiani al Vinitaly «Aiutate Cremisan la cantina di Betlemme»

Don Gianni Caputa viene da una cantina in zona di guerra. Si aggira tra gli stand del Vinitaly, lo fermano, lo incoraggiano: «Il mondo del vino è con voi». La sede è a Betlemme, ma i vigneti sono in Israele, tra muri altissimi, filo spinato e soldati in tenuta da combattimento. «Dal 7 ottobre 2023 è cambiato tutto, i missili ci passavano sopra la testa, non vendiamo più nulla», dice il salesiano che vive da anni in Medio Oriente, tra Libano e Israele.

Il vino di Betlemme è stato il protagonista di una degustazione solidale, organizzata a Verona dal presidente mondiale degli enologi Riccardo Cotarella per raccogliere fondi a sostegno di Cremisan. Cotarella è l’enologo «pro bono» di Cremisan. Ha riunito al Vinitaly un gruppo di aziende che segue nel mondo, dall’Albania al Giappone, dal Portogallo alla Georgia, e al tavolo d’onore ha fatto sedere don Gianni.

Cremisan ha portato al Vinitaly gli echi della guerra e delle sofferenze del popolo dei paesi attorno alla cantina. «Il turismo religioso, compreso quello alla Grotta della Natività, è scomparso», racconta don Gianni, in una delle sale delle degustazioni. Mentre parla, cala il silenzio, i bicchieri restano sui tavoli. «A Betlemme la disoccupazione ha superato il 50 per cento. Noi abbiamo un grande forno e distribuiamo pane gratis o a un prezzo simbolico. Ma ovviamente non basta.

Ci sono cento tra bar, ristoranti e alberghi che hanno chiuso o stanno chiudendo perché non hanno più clienti. La nostra cantina ultracentenaria, gestita da una ong italiana che fa capo all’ordine dei salesiani, è sempre stata un esempio di cooperazione, un ponte tra culture. Ci lavorano ragazzi di tutte le fedi: cristiani, musulmani ed ebrei. Lavorano anche nell’oliveto. Ma c’è un embargo totale sulle nostre bottiglie, difficile anche esportarle».

Da Betlemme don Gianni ha portato il Baladi 2020, un rosso dal vitigno autoctono con lo stesso nome, coltivato nelle valli di Cremisan e Hebron. Profuma di rosa e frutti di bosco. Qualche anno fa è stato votato come il miglior vino della Terra Santa, in una degustazione a Londra. Le uve vengono raccolte a mano, i contadini che le conferiscono non hanno trattori ma muli, e vivono in case che a Cotarella, durante la prima visita del 2006, hanno ricordato la situazione delle nostre campagne nel Dopoguerra.
«Quando vedo al lavoro questi contadini con l’aratro – riflette il presidente degli enologi – mi chiedo perché debbano vivere in condizioni così misere, costretti ora anche a soffrire la fame».

Cremisan è nata nel 1885, grazie a don Antonio Belloni, un salesiano genovese. Nello stesso periodo il barone Edmond de Rothschild stava iniziando l’attività vinicola in Galilea, con la cantina Carmel, il progetto era rendere la Terra Santa un centro di produzione di vino kosher. «Lo scopo di Cremisan – spiega don Gianni – era ed è ancora dare lavoro ai contadini della zona montuosa e raccogliere fondi per gli orfani di betlemme. Un tempo producevamo vini dolci oltre agli alcolici: le scaloppine con il nostro Marsala e i gelati al cognac di Cremisan erano famosi in Israele».

La svolta è stato l’arrivo di Cotarella, con l’ex sindaco di Orvieto Stefano Cimicchi, che aveva fatto il volontario in Terra Santa. «Cotarella assaggiò i nostri vini – racconta il salesiano – e ci disse che il vino si fa con il cuore, ma anche con la tecnica. Ci consigliò di rinnovare vitigni, usare nuovi macchinari, formare enologi e tecnici». Una catena di solidarietà in Italia ha aiutato i religiosi a crescere. Alcuni ragazzi di Cremisan sono venuti a studiare all’Agrario di San Michele all’Adige e sono tornati a lavorare a Betlemme. Da allora i vini, sia da vitigni autoctoni, sia da vitigni internazionali, hanno ottenuto premi e diplomi.

«Ora – dice don Gianni – contiamo sulla generosità degli amici italiani per continuare a produrre e ad aiutare chi ne ha bisogno».

https://www.corriere.it – 18/04/2026

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