Una cantina per la Tanzania: ecco come il sogno è diventato realtà

Una cantina per la Tanzania». Il sogno di padre Kessy Baltazary, giovane sacerdote tanzaniano che ha studiato Enologia all’Umberto I di Alba con l’obiettivo di imparare a produrre a Hombolo, sull’altopiano di Dodoma, vino da messa da destinare alle parrocchie del Paese, è diventato realtà grazie al sostegno di Assoenologi e di tanti tecnici e amici del mondo del vino, in particolare della sezione albese e piemontese.

Nei giorni scorsi c’è stata la prima vendemmia, ancora sperimentale: 50 quintali di uve bianche figlie del francese Chenin Blanc e 40 quintali del rosso Makutupora, vitigno locale che prospera in terreni aridi, sabbiosi e con bassa umidità. Sono arrivate in cantina, sono state pressate e pigiate e ora stanno fermentando in vasche opportunamente refrigerate per contrastare i 30 gradi di temperatura pressoché costante tutto l’anno. A sovrintendere le operazioni, una squadra di sette enologi e tecnici italiani guidata dal direttore nazionale di Assoenologi, Paolo Brogioni.

«Eravamo già stati a Dodoma l’anno scorso, portando le varie attrezzature necessarie per la creazione della cantina – spiega Brogioni, appena rientrato in Italia -. Grazie a una straordinaria gara di solidarietà, c’è chi ha donato la pigiatrice, chi le pompe, il filtro o il blocco frigo». Con una raccolta fondi, Assoenologi ha inviato tre container in Tanzania e offerto la consulenza per assemblare vasche e macchine in locali idonei. «Con questo secondo viaggio abbiamo fatto il collaudo delle varie attrezzature, vinificando i primi grappoli raccolti. Le prospettive sono buone: a Hombolo c’è una buona viticoltura, ma una scarsa cultura enologica ed è su questo che il nostro sostegno può fare la differenza». Insieme a Brogioni, c’erano Daniela Pesce, presidente di Assoenologi Piemonte e direttrice della Cantina sociale di Maranzana, nel Monferrato, l’albese Giulio Castagno, vicepresidente di Assoenologi Piemonte, Piero Cane e il figlio Alberto, produttori di Santo Stefano Belbo con la cantina Marcalberto, e l’imprenditore Giovanni Cordero, titolare dell’azienda Tecno-bi di Govone. Con loro, anche l’enologo trentino Francesco Gobbo che avrà il compito di seguire il progetto per tutto il prossimo anno. «È stata un’esperienza unica e coinvolgente – dice Giulio Castagno -. Grazie alla generosità di tante aziende e al supporto di molti amici, la cantina sta diventando realtà ed è pronta per dare un futuro professionale ai giovani del territorio. Il vero banco di prova arriverà a luglio, quando ci sarà una vendemmia completa e la produzione delle prime bottiglie».

La Tanzania, nonostante non goda di una reputazione internazionale come produttore di vini, è in realtà la seconda regione produttrice dell’Africa subsahariana dopo il Sudafrica. La vite è stata introdotta per la prima volta nel Paese nel 1938 dai missionari padri dello Spirito Santo. Il sogno di padre Kessy di realizzare una cantina a Dodoma, è stato supportato dal vescovo locale, che nel 2024 lo ha inviato un anno in Italia per formarsi come enotecnico alla scuola Enologica di Alba, con il supporto della sezione Piemonte di Assoenologi. «L’esperienza ad Alba mi ha fatto innamorare del mondo enologico – dice padre Kessy -. Sono poi stato fortunato a incontrare persone speciali come Riccardo Cotarella, il presidente nazionale Assoenologi, che mi ha garantito tutto questo sostegno». E spiega: «Ci sono più di 300 piccoli produttori di uve intorno alla città di Dodoma e quindi una grande parte della popolazione potrà beneficiare del nostro progetto. Come Diocesi abbiamo già vigneti per circa 5 ettari, ma potenzialmente potremmo averne molti di più. L’iniziativa non solo contribuirà alla creazione di un’attività economica sostenibile, ma avrà anche un effetto positivo sulla comunità locale. La cantina, oltre a produrre vino di alta qualità, darà anche opportunità di lavoro agli abitanti della zona, in particolare ai giovani, altrimenti costretti a emigrare verso Paesi lontani».

https://www.lastampa.it – 22/01/2026

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